l’esame indimenticabile: maturità del 1960

Schermata 2017-06-21 alle 08.38.43

Ogni anno in questa stagione in cui si parla tanto di esame di Stato naturalmente, come quasi tutti ripenso al mio e devo dire che mi pare sia stato molto molto diverso.
E non mi riferisco ai contenuti, alle modalità o al grado di serietà delle prove di esame, ma al contorno.
Infatti ho dato la maturità a Forlì, nel Luglio del 1960.
Precisamente cominciarono, credo l’11 luglio.
Le date sono importanti perché in quel luglio in tutta Italia stava crescendo la protesta contro il governo Tambroni, alleato con i neofascisti che aveva iniziato una politica di dura opposizione alle proteste tanto che le “forze dell’ordine” sparavano e ad altezza d’uomo!!
In tutta l’Italia, dal nord alla Sicilia le piazze si riempivano e il 7 luglio, a Reggio Emilia furono uccisi 5 manifestanti (ricordati come i  martiri di Reggio Emilia anche in una canzone che fu celebre) e i feriti furono  centinaia.

lora-luglio-1960.jpgEcco a pochi giorni da quella follia noi maturande usciamo dal collegio vicino alla Piazza principale di Forlì e ci avviamo a fare  il solito cammino cioè attraversare la Piazza, imboccare il corso e percorrerlo fino in fondo per  arrivare all’Istituto Magistrale Marzia degli Ordelaffi.
Invece poco fuori dal portone veniamo fermate, un signore confabula con chi ci accompagna e noi tagliamo dietro, su strade secondarie, parallele a quelle centrali.
Qui ci aspettava la spiegazione: ad ogni incrocio dal quale si poteva arrivare alla Piazza e al Corso, erano fermi camion e camionette carichi di uomini in divisa, con le armi in mano. E il tutto in un silenzio che mi é rimasto impresso.
Una sensazione di attesa della battaglia, di un agguato.
Siamo arrivate a Scuola con una forte sensazione di paura soprattutto perché, immerse nei nostri piccoli problemi scolastici, non sapevamo quasi niente.
Sapemmo poi che nella Piazza principale si era tenuta una manifestazione della sinistra,  erano stati requisiti dai manifestanti i giornali delle due edicole che erano stati bruciati in Piazza.
Manganellate, botte, corse, arresti. Qualche giorno dopo, dopo altri scontri e vittime, Tambroni fu costretto alle dimissioni.

Ecco: è vero l’esame di maturità resta indelebile nella memoria.
Il mio lo é stato in modo particolare.

Altroché notte prima degli esami eravamo quasi alla notte della Repubblica!!

genova-1960-dopo-lo-sciopero.jpg

Lego un gioco sempre nuovo

DSCN6140Fra le tante cose che ci siamo portati dietro per tanti anni c’era anche un bidone di pezzetti Lego, tanto amati dalle figlie ma ormai relegati fra i ricordi e non più toccati forse da trenta anni. Erano pezzi base, mattoncini di misure e colori diversi, tetti, finestre e porte… insomma elementi da usare inventando.

Quando ancora Nanni era piccolo li abbiamo resuscitati e piano piano ha incominciato ad appassionarsi. Nel frattempo però la Lego ha cambiato politica di vendita così che adesso si acquistano scatole che servono a fare solo quel certo “coso” lì e non altro, con le istruzioni allegate. Ne vengono fuori delle costruzioni immobili, quasi dei compiti da eseguire che poi restano dimenticati a impicciare e a prendere la polvere.

Studiando il catalogo ho scoperto e ordinato una scatola detta CLASSIC, con una gran varietà di pezzi, più di 400, dalle forme le più varie che non sono finalizzate a nessun progetto preciso.

Si direbbe che abbiano messo qui dentro gli avanzi di una quantità di altre scatole: ruote, ingranaggi, piccolissime piastrelle… un vero tripudio di varietà e anche di colori. C’è persino un sacchetto di pezzi rosa, viola, fucsia!!!    È stato un successo travolgente.

DSCN6129 copia

Ha inventato di tutto e continua a costruire, collegare, modificare quelle che sono le strutture della “nostra base”. È tutto piccolissimo, ma molte sono le strutture che si muovono, ruotano, si aprono e chiudono. Torna da scuola con in mente una modifica e ha fretta di metterla in pratica… L’aspetto della “base” è piuttosto movimentato e confuso ma per lui ogni pezzettino ha una sua funzione e un significato.

In quel minuscolo mondo il piacere di inventare è padrone: niente  progetti prefabbricati e guide da seguire. La tradizione vera del lego, la sua forza, ha vinto ancora.

DSCN6131 2

 

festa della mamma? Parliamone…

madre-e-figlio-picasso

madre e figlio Pablo Picasso

Inizio anni sessanta, ero una  maestra giovanissima, appena nominata in una scuoletta nella campagna marchigiana. Ragazzi di dieci anni, curiosi, intelligenti, pieni di voglia di conoscere il mondo, che venivano da quattro anni di esperienza della più tradizionale e conservatrice scuola elementare.

Si avvicina maggio, la Festa della Mamma, in occasione della quale mi fanno sapere le colleghe (tradizionali e conservatrici) che si usa fare una accademia” cioè una recita a uso e consumo delle mamme degli alunni. I bambini reciteranno cose come “Mia madre ha settant’anni e più la guardo e più mi sembra bella”, le mamme si commuoveranno, i bambini offriranno dei fiori, arrivederci come é stato bello abbiamo pianto tanto.

Non potevo crederci, ma ero nell’anno di prova, erano gli ordini dall’alto della direzione didattica che poi mi avrebbe dovuto giudicare se idonea o no…

Io ero una maestrina di nuova nomina che però aveva avuto la fortuna di essere iniziata alla  poesia, mi avevano insegnato a leggere i contemporanei e non solo Manzoni.Così con i pochi soldi che avevo compravo libri di poesia e avevo comprato anche l’Antologia di Lee Masters.  Sulla collina assieme a tutti gli altri che ormai conosciamo, il poeta, l’ubriacone, le tante anime inquiete di Spoon River, dormono anche delle madri e soprattutto ce ne sono due che riassumono in sé due modi opposti di intendere il senso della vita: Lucinda Matlock  ed Elizabeth Childers.

Le propongo alla classe, i ragazzi si appassionano al punto che siamo costretti a scegliere  a caso il nome di chi le reciterà perché tutti sanno dirle bene.

Arriva il giorno dell’accademia, la direttrice, le mamme, i fiori… siamo i più grandi, gli ultimi a intervenire…  Lucinda, Elizabeth…

Stupore, imbarazzo, poi tutti si commuovono, abbiamo pianto tanto lo stesso, é stato diverso, ma bello però. Il giorno dopo la Direttrice mi chiede notizie del libro che vuole leggere…

Devo a Fernanda Pivano che aveva portato in Italia l’Antologia di Spoon River se quattordici ragazzini di campagna hanno imparato che poeta vuol dire anche Lee Masters  e non solo Giosuè Carducci con le sue rime roboanti. Molti di loro anche adulti hanno continuato a leggere poesia e, a quaranta anni di distanza, qualcuno di loro ancora se lo ricorda e me lo ricorda.

da “Dormono sulla collina” di E.Lee Masters

 Lucinda Matlock

Andavo a ballare a Chandlerville / e giocavo alle carte a Winchester. / Una volta ci cambiammo i cavalieri / ritornando in carrozza sotto la luna di giugno,/ e così conobbi Davis.

Ci sposammo e vivemmo insieme settant’anni, /stando allegri, lavorando, allevando i dodici figli, /otto dei quali ci morirono, /prima che arrivassi a sessant’anni.

Filavo, tessevo, curavo la casa, vegliavo i malati, /coltivavo il giardino, e alla festa / andavo a spasso per i campi dove cantavano le allodole, / e lungo lo Spoon raccogliendo tante conchiglie, /e tanti fiori ed erbe medicinali / gridando alle colline boscose, cantando alle verdi vallate.

A novantasei anni avevo vissuto abbastanza, ecco tutto, / e passai a un dolce riposo. Cos’è questa storia che sento di dolori e stanchezza / e ira, scontento e speranze fallite?

Figli e figlie degeneri, / la Vita è troppo forte per voi / ci vuole vita per amare la Vita.

Elisabeth Childers

Polvere della mia polvere, / e polvere con la mia polvere. /Oh, bimbo, che moristi mentre  entravi nel mondo, /morto della mia morte!

Che non conoscesti il respiro, nonostante gli sforzi, / e il cuore che batteva quando vivevi con me, / e si fermò quando mi lasciasti per la vita. E’ bene così, bimbo mio. Così non percorresti mai / la lunga, lunga strada che inizia con i giorni di  scuola / quando le piccole dita si fanno sfocate dietro le lacrime che cadono sulle lettere sbilenche /  le prima ferita, quando il tuo piccolo amico / ti abbandona per un altro;

e  la malattia, ed il volto della paura accanto al letto; / la morte del padre o della madre,       o la vergogna di essi, o la miseria.

Poi, appena finito il dolore ancora puro dei giorni di scuola, /una natura cieca ti fa bere dalla coppa dell’amore, che tu sai avvelenata.

A chi avresti proteso il tuo viso di fiore? /Un botanico, fragile creatura? Quale sangue avrebbe gridato con il tuo? /Puro o contaminato, non importa, /è sangue che chiama il nostro sangue. / E poi i tuoi figli – oh, e di loro che sarebbe stato? /

E quale il tuo dolore? Figlio! Figlio mio! La Morte è meglio della Vita!

Schermata 2017-05-15 alle 08.25.41

la madre Guido Reni