io Tarzan tu…Cita

Ho passato una parte della mia infanzia in mezzo ai monti dell’Appennino Tosco romagnolo  (“Romagna in odor di Toscana”) in un paese piccolo molto bello. La nostra casa era un po’ fuori dal paese, isolata, sull’unica strada che univa  il nostro paese al resto del mondo.

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il paese della mia infanzia: S.Agata Feltria

La guerra era appena finita e avevamo poco di tutto, niente giocattoli, pochissimi libri… la tv ancora non esisteva… ma avevamo boschi, campi, compagni e tanta libertà.
Si stava fuori di casa finché c’era luce o non faceva troppo freddo, ma d’estate in casa nostra vigeva una disciplina diversa da quella di tutti gli altri.
Mia madre era una salutista convinta e voleva che passassimo il tempo nel bosco poco lontano da casa.

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i tre fratelli: da sinistra io (Cita), mia sorella (Jane) mio fratello (Tarzan…)

Secondo la vulgata del tempo, quando ancora la tubercolosi era una realtà dolorosa, respirare aria buona sembrava una vera panacea e anche gratuita.
Così appena cominciavano le vacanze noi tre fratelli andavamo a preparare il sentiero che univa casa nostra  alla montagnetta che per noi era il “nostro monte” . In mezzo c’erano dei prati e  in una valletta un fosso che scorreva in una zona dove una frana qualche decennio prima aveva distrutto alcune case di cui erano rimaste solo delle macerie.      Ogni inverno il movimento si ripeteva ed era necessario, per poterlo attraversare comodamente, risistemare un po’ le pietre per guadare il torrente.
Lavoravamo molto seriamente e quando ci pareva tutto a posto chiamavamo babbo “a fare il collaudo”  che lui eseguiva con fare severo e professionale… grande divertimento: sembrava di stare in un film di avventure ma vero!
Dal momento dell’approvazione di babbo cominciava l’avventura quotidiana: ogni mattina dopo la colazione mamma ci spediva sul monte. Zainetto con qualcosa di merenda, materiale per piccole ferite, bicchiere di latta (l’acqua non serviva, c’era una sorgente magnifica a cui bere), coltellino e poco altro.
Un paio di regole erano tassative: avere cura uno dell’altro e NON TORNARE A CASA PRIMA DI MEZZOGIORNO!
È curioso oggi pensare che mamma non ci voleva attorno prima dell’ora di pranzo (e non avevamo nemmeno il cellulare!) ….
Era severissima su questo punto… A volte capitava che eravamo stufi o il gioco era finito. Allora scendevamo dal monte e ci appostavamo sotto le chiome dei castagni al limitare del bosco.

il campanile

il paese e in evidenza il campanile ai cui rintocchi dovevamo fare attenzione

Così nascosti aspettavamo di sentire il campanile del paese che suonava i dodici rintocchi. Ai primi rintocchi di lì vedevamo la finestra di casa nostra aprirsi e la mamma affacciarsi per guardarci…
Allora e solo allora uscivamo dai nascondigli e cominciavamo ad attraversare la radura che ci portava verso casa…
E che cosa facevamo tutto il tempo? Spesso facevamo delle finte guerre con gruppi di compagni che salivano su al monte dal paese (un po’ alla “ragazzi della via Paal”) ma molto spesso giocavamo a fare Tarzan che il luogo era molto adatto.   Prima di tutto passavamo giorni a scegliere il posto e poi a raccogliere i rami e a intrecciarli per fare le pareti… poi tenevamo pulito il prato attorno, ci sedevamo lì dentro per mangiare la merenda, facevamo insomma come se fosse la casa.
Poi c’era l’avventura nella quale ognuno aveva una parte da recitare.

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i protagonisti delle avventure cinematografiche di Tarzan

Era il tempo in cui al cinema ci incantavamo davanti alle avventure di  Tarzan e allora anche noi dato che l’ambiente in fondo assomigliava abbastana (seondo noi) alla jungla… Naturalmente mio fratello era Tarzan (benché fosse un po’ cicciottello e non proprio atletico), mia sorella (sempre naturalmente) faceva Jane e io… Cita, la scimmia petulante dei film. Ho tanto insistito e supplicato che mi facessero fare il figlio di Tarzan ma non ci fu modo: io ero Cita . A volte mi facevano salire in alto su un albero con la consegna di avvertire se arrivavano i nemici… ma spesso era un escamotage per togliermi dai piedi (ero la più piccola) e loro intanto andavano a giocare con i “nemici” e io li sentivo ridere e non mi davano retta. Non potevo scendere che se non c’era nessuno sotto avevo paura… come se sarebbe potuto servire in caso di caduta…

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Ci è capitato anche di “lavorare”: un anno abbiamo avuto da badare un signore (ammalato di polmoni forse) a cui avevano consigliato di riposare fra gli alberi del bosco, ma era cittadino di mentalità e temeva le vipere… noi gli preparammo una specie di capanna-bersò e un praticello ben ripulito. Quando  lui arrivava  si sdraiava sul plaid con un libro e noi silenziosissimi ci sistemavamo attorno a distanza in modo da sorvegliare eventuali incursioni di bisce o vipere… attraverso babbo ci dette una mancia ma noi eravamo già fierissinmi del servizio importante che svolgevamo.