La matematica nei mandarini

mandariniQuesti giorni sulla nostra tavola sono tornati i mandarini o le clementine e come sempre una volta sbucciato il frutto mi trovo a contare gli spicchi.

È un’abitudine che mi è rimasta dalla scuola quando nella stagione invernale i mandarini erano presenti spesso come frutta alla mensa. Per caso qualcuno aveva cominciato parlando degli spicchi a dire cose tipo “io ne ho 8” “i miei sono 12”   e così via.

La differenza aveva già incuriosito qualcuno e io ho intravisto una bella occasione per scoprire la possibilità di studiare quella realtà utilizzando lo strumento della statistica.

In pratica ognuno memorizzava il numero dei suoi spicchi e poi tornati in classe raccoglievamo tutti i risultati scrivendoli alla lavagna.

Siccome ognuno si poteva servire liberamente della frutta questo gioco era anche diventato un incentivo a mangiarne così che spesso quasi tutti i bambini  mangiavano più di un mandarino  per avere più informazioni da esaminare.

Una volta trascritti i dati li organizzavamo per valori (quanti da sei, quanti da…), li rappresentavamo in un grafico e poi facevamo le osservazioni su quale era la moda, quale il numero minimo, quello massimo, e poi la curva di Gauss e… tutto quello che ci  poteva venire in mente.

Grande fu la meraviglia nello scoprire che per quanto piccolo nessun mandarino aveva presentato meno di 5 spicchi  (se non ricordo male) e anche il massimo non andava che raramente più in là dei 12…

E ripetendo ogni tanto l’indagine abbiamo anche scoperto che i risultati erano sempre abbastanza simili tanto da poter azzardare una “legge” degli spicchi di mandarino.

Lezioni di matematica divertenti, saporite, molto partecipate!

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Tema: scrivere

scrivoLa famosa lettera dei 600 prof universitari a proposito del fatto che gli studenti non sanno l’italiano mi ha fatto venire inevitabilmente in mente la mia esperienza.
Ho imparato a scrivere in modo abbastanza corretto perché?
come sempre i motivi sono più di uno di sicuro mi hanno fatto scrivere molto… e mi correggevano TUTTO quello che mi avevano chiesto di scrivere.
Alle superiori avevamo per compito un testo che a lunedì alterni dovevamo consegnare ricevendo poi l’argomento per la consegna successiva.
Naturalmente l’esigenza di scrivere è stata importante per l’esercizio, ma io ricordo ancora la ricchezza e la puntualità delle correzioni che leggevamo con grande attenzione anche perché non erano mai banali.

untitledPer esempio una volta che cercavo senza trovarlo il giusto incipit durante un compito in classe di italiano il prof mi chiese perché io dissi che non sapevo come cominciare e lui mi suggerì “con una lettera maiuscola”.
Venivamo tutti da una Scuola Media nella quale non si “andava” a fare la spesa ma ci si “recava”… le frasi pompose e il linguaggio paludato erano tenuti in grande considerazione e incoraggiati: un disastro!
Quando il professore cominciò a ridicolizzare le nostre frasi fatte e le nostre espressioni scontate all’inizio restai incerta: ma cosa voleva quello lì?
Avevo scritto “nella morale di tutti i giorni”  e lui “Ce n’è anche una festiva?”
Avevo proposto una suddivisione in quattro parti e poi ne avevo sviluppate solo tre e lui “Niente di male: anche i tre moschettieri erano quattro”
E l’aggettivazione poi: avevamo l’abitudine di metterne due o meglio tre; lui ci invitava a sceglierne uno solo, quello davvero significativo…
Insomma offriva strumenti concreti e piano piano si cominciò a cambiare.
I testi poi erano spesso degli argomenti davvero interessanti; uno restò famoso:
“Il combattimento di Tancredi e Clorinda nella poesia del Tasso e nella musica di Giacomo Monteverdi”

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Monteverdi? Ecchiè? E lui: “Prendete accordi con la Società degli Amici della Musica che sono già avvertiti, vi faranno ascoltare il pezzo” E dire che era il lontano 1958!

Un altro che ricordo per una buona ragione : Argomentate la verità o la falsità dell’affermazione “Non vi è vera grandezza se non nel servizio degli altri”
Con tutta la buona volontà non ero riuscita ad arrivare oltre a due striminzite paginette in cui grosso modo dicevo che siccome a farsi i fatti propri sono buoni tutti chi si dedicava al bene degli altri era da considerarsi eccezionale e facevo un paio di esempi tipo Dottor Schweitzer.
Quando mi restituì il lavoro io provai a scusarmi per non aver scritto di più e lui mi rispose che in effetti quello che c’era da dire l’avevo detto e andava bene così.
Che sollievo! Non sono mai più riuscita a tirarla per le lunghe, credo anche con sollievo di chi doveva poi leggere e valutare.

Unknown

le carote e Chernobyl

Pripyat, Ukraine

una scuola abbandonata a Pripryat, Ucraina

L’incidente di Chernobyl ha cambiato per sempre la vita di un’intera regione, quella dove sorgeva la centrale, ma anche di tutta l’Europa. Io ne ho un ricordo drammatico e molto intenso anche a distanza di trenta anni. Intanto all’improvviso avevamo la precisa sensazione che l’aria, il sole, la terra potevano nascondere un pericolo letale e soprattutto subdolo perché inavvertibile. All’improvviso avevamo paura della natura! Lavoravo nella scuola a tempo pieno e proprio quando ormai erano arrivate le belle giornate noi che prima trovavamo ogni pretesto per stare fuori sul prato all’improvviso stavamo sempre al chiuso. Uno dei segni più evidenti fu il cambio del menu a mensa. Spariti i contorni ogni giorno variati  della nostra favolosa cucina ecco che  diventarono di una terribile monotonia: carote e patate, patate e carote, in tutti i modi possibili, ma sempre patate o carote… Una collega raccontava che suo padre piuttosto anziano curava un magnifico orto. Saputo che mangiare l’insalata che aveva coltivato era pericoloso diceva “Ma in fondo io sono vecchio…”