donne… è arrivato il conciapiatti!

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Veniva da lontano, veniva giù per i tornanti della strada che dal passo di Monte Benedetto, il confine che separava noi e il resto del mondo, scendeva in paese sull’Appennino tosco romagnolo. La casa dove abitavamo allora era la prima che incontrava, grande e abitata da molte famiglie dunque giusta per fermarsi. Sistemava la sua strana bicicletta nel piazzale all’ombra e dava voce alle massaie dichiarandosi capace di sistemare quasi tutto, affilare falci, forbici e coltelli e aggiustare i piatti e anche gli ombrelli. Tutti i bambini della casa si riunivano attorno a lui e finché restava non lo abbandonavano mai… io in prima fila…

Per ogni servizio aveva l’attrezzatura adatta, che montava abilmente su quella sua bicicletta che per questo era strana, tanto era capace, con pochi gesti e il montaggio di pezzi che scaturivano dalla cassetta di legno che portava dietro la sella, di trasformarsi in banco da lavoro, mola, mensola…

conciapiattiE ogni lavoro aveva il suo rumore e il suo odore, anche.

L’affilatura delle lame era affascinante anche da vedere: il sibilo stridulo della lama che veniva appoggiata sulla ruota della mola che girava veloce, mossa dalla pedalata dell’artigiano, era accompagnato da una costellazione di scintille rosse, blu, bianche incandescenti… e dallo strano odore di bruciato.

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Più misterioso per me era il lavoro di conciapiatti.  In un’epoca che ancora  non conosceva la plastica e anche il consumismo quando si rompeva un piatto era sempre un dispiacere, ma anche di più quando si rompeva uno di quelli più pregiati, come le grandi zuppiere piuttosto comuni nelle famiglie allora spesso molto numerose o anche i piatti che nel dialetto si chiamavano “i réel” cioè “i reali” forse perché spesso eleganti e decorati, cioè i grandi piatti ovali da portata. Anche le conche, specie di catini che si usavano per innumerevoli operazioni come lavare la verdura o preparare il pastone agli animali da cortile…

Insomma se capitava, e capitava abbastanza spesso, che uno di questi pezzi (importanti e quindi costosi) del corredo familiare si rompesse in due o tre pezzi si riponevano con attenzione, in attesa dell’arrivo di questo artigiano tuttofare a cavallo fra il mago e l’esperto tecnologico.

Certo bisognava che la frattura fosse pulita, senza scheggiature, e non più di due tre pezzi che sennò era “più la spesa che la resa”.

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Il conciapiatti tirava fuori un attrezzo straordinario che allora mi pareva magico per la sua capacità di perforare il coccio, il legno e persino l’osso, ma che in seguito ho scoperto che è ancor più straordinario per il fatto che viene usato ininterrottamente da millenni, lo usavano già gli egizi e addirittura nell’Odissea è citato a proposito dell’accecamento di Polifemo… la spiegazione di come è fatto e come funziona sarebbe complicata, meglio il link.

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Dunque il conciapiatti praticava delle coppie di fori appaiate sui due lembi della rottura che faceva aderire dopo averli spalmati di una sostanza vischiosa che teneva in un barattolo ben chiuso, mistura che ogni artigiano teneva segreta, che spargeva un forte odore resinoso.

Poi faceva passare nelle coppie di fori un pezzetto di fil di ferro che stringeva in modo da rinforzare la giuntura. Si aspettava che asciugasse il tutto e poi si rifiniva con un’altra passata di una sostanza misteriosa pure questa… A questo punto il lavoro era finito e una volta consolidato si poteva mettere alla prova.  Non lo si faceva per i tegami di terracotta dato che al fuoco non avrebbero potuto reggere, almeno così mi dicevano.

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Il lavoro si fermava quando era ora di pranzo: qualcuna delle donne della casa mandava noi bambini a portargli un piatto di minestra, del pane, magari del salame o del formaggio e ovviamente una brocchetta di vino. Finito il lavoro e riscosso il pagamento, salutava e dopo aver rimesso in ordine perfetto ogni cosa nella cassetta degli attrezzi, caricato il tutto se ne andava, verso altre case, altri lavori e, per me, verso altri luoghi sconosciuti e affascinanti. Tornerà?

P.S. le foto non sono mie, ho saccheggiato il web, mi scuso e ringrazio…

Il panino da Evasio, a San Vittore di Frasassi

 

l'Abbazia di S.Vittore delle Chiuse sotto la neve foto di Alessandra Bazzucchini

l’Abbazia di S.Vittore delle Chiuse sotto la neve  foto di Alessandra Bazzucchini

Questa bellissima foto dell’Abbazia di S.Vittore delle Chiuse, alle porte della famosa Gola di Frasassi e le sue Grotte, ha suscitato una serie di ricordi non solo miei. Per noi che abitiamo poco lontano da sempre  andare a Frasassi può significare cose diverse: camminare con gli amici e con gli scout, prendendo la salita per Pierosara e poi oltre, Foro degli Occhialoni… ma anche la strada della Gola, Grotta della Madonna di Frasassi e ancora, in estate le acque freschissime e pure del greto del Sentino, modesta spiaggia per noi che avevamo poche pretese. 

Insomma S.Vittore è sempre stato lo snodo di una quantità di percorsi diversi per meta e scopo, ma tutti, tutti avevano in comune un importantissimo momento: quello della sosta da Evasio!  

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Spieghiamo: di fronte alla chiesa, alla sinistra del ponte e della porta gotica, un’osteria-alimentari-tabacchi-di-tutto-quasi-un-po’…  Un bancone che già allora aveva l’aria vintage, tutto lindo, pulito e in ordine; ad un certo punto comparve anche la macchina dell’espresso, ma soprattutto troneggiava quella importante, insostituibile, utilissima affettatrice rossa, con la manovella.

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Dietro quel bancone abbiamo trovato sempre, per tantissimi anni, fino a poco tempo fa, Evasio, il gestore che con gesti precisi e misurati, sempre uguali, calmo anche se davanti aveva la fila di ragazzi affamati e scalpitanti, affettava il filone del pane, tagliava le fette del ciauscolo e le sistemava nell’ordine preciso stabilito dall’esperienza (sempre lo stesso numero, senza esagerare, se lo volevi più farcito dovevi avvisare e ti guardava con l’aria di non ritenerlo necessario).  E lo stesso era per il panino con la mortadella… e dopo, con il panino avvolto nella carta paglia, si passava accanto a prendere da bere e poi secondo stagione: in estate fuori sul terrazzino, al fresco, a rimirare le acque del Sentino veloci sotto il ponte, ricche di pesci ben pasciuti.

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il greto del fiume Sentino; sulla destra l’angolo del terrazzino

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Se era inverno  invece si mangiava al sole, accanto alla porta d’ingresso, sulla panca o sul muretto della chiesa, di fronte al tempio antico costruito della stessa pietra della montagna  che la sovrasta.

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Su una di quelle panche (una moderna, più comoda, ma sempre lì, rivolta verso il sole) l’ho visto l’ultima volta che sono passata, poco prima che ci lasciasse.

La pubblicazione di questa bella foto della Chiesa di S.Vittore ha suscitato uno scambio di commenti molto piacevole. Qualcuno ha scritto che ricordava con molto piacere il posto bellissimo, ma anche il panino del bar di fronte… si sono succeduti commenti e ricordi non solo della merenda, ma anche del posto, il famoso e delizioso terrazzino affacciato sulle acque del Sentino,  e soprattutto il ricordo della cortesia e della simpatia del gestore, il mitico (per noi) Evasio.

A questo punto della conversazione è intervenuta l’autrice della foto  per dirci che lei è la nipote di Evasio e sentire con che parole affettuose degli sconosciuti ricordavano il suo nonno l’aveva resa felice e commossa. Ancora adesso il bar-alimentari-ecc.ecc. è aperto, ha evitato di stravolgere il suo aspetto anche se adesso di gente ce n’è sempre di più. Accoglie tutti con la stessa qualità dei prodotti, pane e ciauscolo soprattutto, ma ancora di più con la stessa cortesia semplice e diretta: ci pensano il figlio e la nipote di Evasio perché sono doti di famiglia, che si trasmettono col dna. Anche Alberto Angela qui di passaggio per lavoro ne ha approfittato!

A me questa storia è piaciuta molto, mi ha anche fatto riflettere su come cose e persone modeste e nascoste, senza fare gesti clamorosi,  possano lasciare un segno indelebile e suscitare in chi li ha incontrati un pensiero gentile e un ricordo affettuoso. Ciao Evasio!

panorama dell'Abbazia di San Vittore con il piccolo borgo e il fiume Sentino

panorama dell’Abbazia di San Vittore con il piccolo borgo e il fiume Sentino foto da “I luoghi del silenzio”

 

 

 

nonostante la Costituzione non mi sono laureata

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Per riuscire a prendere il diploma da maestra elementare ho dovuto faticare molto; proprio appena iscritta all’Istituto Magistrale morì all’improvviso mio padre, l’unico genitore. L’Ente di assistenza cui babbo pagava i contributi mi garantiva una borsa di studio (purché avessi raggiunto la media dei 7/10) con la quale avrei potuto pagare la retta del Collegio in cui dovevo stare visto che nel mio paesino non c’erano scuole superiori.

È stata spesso dura, a volte mi è sembrata impossibile, ma ho avuto la fortuna di incontrare persone speciali, a scuola e anche in collegio (anche dei veri pezzi di m… ma di questi taccio) come ho  raccontato qui e qui.

In fondo però avevo dentro di me una determinazione forte a farcela e spesso ricordavo a me stessa le parole della Costituzione che conoscevo perché nella nostra scuola ce la facevano studiare (1956-1960)!

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Quel “I capaci e meritevoli” parlava di me… e io faticavo, studiavo, leggevo, pensavo, riflettevo per essere all’altezza, per essere “capace” e dunque “meritevole”.

Mi sono diplomata con una votazione all’epoca altissima con un esame di Stato che proprio quell’anno era più severo del solito…

La borsa di studio dell’Ente, come ho scoperto subito dopo, mi garantiva di poter comprare si e no qualcuno dei libri che servivano all’Università cui mi ero iscritta e allora… mi sono buttata a studiare (mentre lavoravo 9 ore al giorno come segretaria in una fabbrichetta) per vincere il Concorso Magistrale e ce l’ho fatta, arrivando fra i primi 20 (di più di mille) concorrenti.  A venti anni avevo uno stipendio e un posto di lavoro che mi piaceva e anche molto.

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Il desiderio di sapere, di approfondire non mi aveva abbandonato, anzi! Però ormai non era più l’Università, secondo me, a darmi la risposta e così: libri, corsi, incontri, associazioni, MCE, Cemea, convegni, partecipazione, approfondimenti…

Mi sono iscritta  poi ad una università (il titolare della cattedra di pedagogia mi aveva sollecitato a farlo!), ma ho lasciato andare le cose, ormai avevo la famiglia, le figlie, ero impegnata nella comunità parrocchiale e nel Consiglio Comunale, nel Sindacato, nello Scoutismo e la sperimentazione nella scuola a tempo pieno richiedeva lavoro e fantasia (ma dava enormi soddisfazioni)

Spesso i miei dirigenti scolastici mi chiedevano di tenere corsi di formazione ai colleghi, cosa che facevo ovviamente senza compenso, guadagnandomi qualche gratificazione ma molte più critiche acide e l’epiteto di “capisciona” (la saputella)

Però… non mi sono laureata

Fino ad un certo punto non importava a nessuno, i titoli extra universitari che avevo accumulato bastavano a darmi la patente di “competenza” poi ho cominciato a scoprire che anche per un piccolo scatto di stipendio o partecipazione a un concorso era richiesta la laurea…

Non mi importava più… insegnare nella scuola elementare mi dava piacere e soddisfazioni.

Poi piano piano il mondo è cambiato attorno a me e ho lasciato la scuola appena ho potuto perché i miei valori non andavano più d’accordo con quelli della maggior parte dei  genitori.

Insomma non mi sono laureata

Avevo dimenticato la promessa dell’art.34, quella sulla quale aveva appoggiato la mia speranza e la mia forza

“I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.

La Repubblica rende effettivo questo diritto”

l’ho ritrovato ultimamente mentre cercavo il testo preciso dell’art.34 e rileggendolo mi sono ritrovata lì, ragazzina sola nello studio del collegio, mentre cercavo di continuare a studiare nonostante la stanchezza, che mi ripetevo “i capaci e i meritevoli…

Non mi sono laureata: sono ancora in credito perché con me la Repubblica non ha  reso effettivo il mio diritto… questo è un credito che non riuscirò a riscuotere.

So dunque per esperienza personale che per sapere non è indispensabile avere una laurea, ma non mi viene in mente di deridere o sfottere i “plurilaureati” come si usa adesso. La differenza la fa il desiderio di conoscere e cercare, il tempo e la fatica personale dedicati a migliorare se stessi, il non sentirsi mai arrivati, non pretendere che essere ignoranti possa essere un vanto e un merito.

Quello che ho imparato mi è stato utile a sentirmi capace e meritevole, a farmi tanti amici anche fra gli ex alunni, qualche genitore e qualche ex collega ma comunque:

NON MI SONO LAUREATA!

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