la vecchia Austin del padrone della filanda

Un paio di anni fa raccontavo in questi giorni dell’amicizia lunga e tenace fra GC e Giorgio. Quest’anno il covid e altre vicende hanno impedito di celebrare i compleanni; del resto ne hanno già celebrati parecchi…  Nel frattempo, mentre si stava tappati in casa, ho ritrovato vecchie foto, degli anni ’50.

Giorgio, GC e Lamberto sull'auto

Giorgio, GC e Lamberto sull’auto

Ci sono i nostri GC e Giorgio e alcuni amici, in campagna, probabilmente festeggiavano qualcosa o qualcuno, in grande allegria.

La protagonista però di queste foto è l’automobile, che io ho sempre chiamato “la Balilla” per via della sagoma squadrata che appunto mi faceva venire in mente la Balilla, unica auto che conoscessi che avesse un aspetto simile .

Giorgio, Giancarlo e Toni copia

Apparteneva al nonno di uno di loro, il cavalier A., il nonno di Toni che in questa foto è seduto sul tettuccio (in basso Giorgio e GC).

Il cavalier A. era stato un grande e autentico “padrone della filanda”.   Nella Jesi del primo ‘900 in cui la lavorazione della seta aveva avuto uno sviluppo vorticoso, gli “stabilimenti” di lavorazione della seta piccoli e grandi  crescevano continuamente di numero; ancora la città ne offre testimonianze diverse per esempio negli edifici, spesso pregevoli, che segnano la città. Fra questi la filanda del nonno di Toni era stata una potenza. 

Tra l’altro in questa filanda ebbe inizio e si realizzò una specie di favola di Cenerentola moderna. Il figlio del padrone si innamorò perdutamente di una delle operaie, donna bellissima, con reazioni negative del vecchio A. ma il figlio del padrone riuscì a sposarla e Toni era loro figlio.  Era davvero una donna bellissima anche quando l’ho conosciuta, pur avanti con l’età: bella, elegante, con un portamento da vera signora.

Giorgio, Lamberto e sul tettuccio Toni, il nipote del "filandiere"

Giorgio, Lamberto e sul tettuccio Toni, il nipote del “filandiere”

In uno dei garage del vecchio nonno filandiere, Toni aveva trovato questa automobile, ormai d’epoca, ma che ancora funzionava.

Con qualche intervento meccanico ecco che Toni e il gruppo di inseparabili amici, fra cui GC e Giorgio, avevano l’automobile!  Per quei ragazzi era una conquista meravigliosa.     In tempi di sobrietà anche un’auto rimessa in piedi in qualche modo dava la sensazione della libertà e di poter arrivare dovunque; basta vedere come la usano come set in queste foto!

GC e Lamberto

GC e Lamberto

Ne erano fieri e sdrammatizzavano il fatto di esibire una vecchia auto facendo cose buffe come, per esempio, applicare bandierine americane ai fari, cosa che all’epoca poteva farli passare per addetti agli alleati che ancora in Italia erano potenti…. Una volta, di nascosto dei miei, dovendo andare a Camerino in treno partii da Jesi, ma scesi alla prima stazione dove Giorgio mi aspettava con “la balilla” e mi portò a destinazione.

Ci sentivamo padroni del mondo…. Con questa “balilla” poi abbiamo fatto delle gite rischiando anche parecchio vista l’anzianità del mezzo e anche la totale imperizia dell’autista.   Insomma foto ricche di ricordi ma anche di qualche sorpresa.

Riguardando meglio la foto dove si vede il radiatore ho scoperto che quella che ho sempre pensato come una banale Balilla, auto ai suoi tempi di popolare diffusione in Italia, era invece una signorile, nobile e forestiera Austin!!!

Schermata 2020-09-04 alle 09.26.51

Forse una versione di questa Austin 16 del 1934 che mi sembra abbastanza simile… Certo, un’auto all’altezza dei mezzi e del censo del padrone della filanda!

cosa ci costa scrivere al computer

Bozze di H. de Balzac per Eugenie Grandet (1833)

Bozze di H. de Balzac per Eugenie Grandet (1833)

Sono stata anche una dattilografa, battevo a macchina la corrispondenza in una “fabbrichetta” nella campagna marchigiana. Un’industria chimica che, come l’ho capita io, raccoglieva scarti di macellazione e li trasformava in denaro.  A preparare le lettere che dovevo battere a macchina erano in più di uno e la dattilografa solo io, c’era da fare e in fretta e bene…

E se ti sfuggiva un errore erano guai… togli i fogli, cancella, rimettili su, ribatti sperando non si vedesse. Come è evidente era epoche fa.

Insomma quando sono arrivata a scrivere al computer la possibilità di sostituire, spostare, copiare e incollare parti del testo mi è sembrata miracolosa e bellissima. Io certo la sapevo e la so apprezzare di più di chi non sapeva come succedeva prima, quanta fatica e tempo e pazienza questa modalità di scrittura risparmia. È un pensiero che mi attraversa spesso la mente mentre scrivo, e sono sempre grata a chi l’ha inventato.

Qualche giorno fa  mi è capitato sotto gli occhi un sito che pubblica centinaia di pagine autografe di grandi della letteratura o della storia.

Annotazioni 4°capitolo de I fratelli Karamazov di Dostoevskij

Annotazioni 4°capitolo de I fratelli Karamazov di Dostoevskij

manoscritto de Il tempo ritrovato di Marcel Proust

manoscritto de Il tempo ritrovato di Marcel Proust

Sono pagine in cui l’autore rivede, corregge, rifà, cancella, sposta brani o parole, in un affannoso fare, cancellare, disfare e rifare.  Lo hanno fatto tutti, pare, incerti fino all’ultimo su come scrivere e cosa.

Alessandro Pushkin

Alessandro Pushkin

Le pagine, ormai diventate famose e fissate  per sempre nella pagina stampata nella versione definitiva, si possono vedere mentre prendevano vita, mentre nascevano e si formavano nella mente dell’autore. Straordinario!

Dostoevskij I demoni

Dostoevskij I demoni

Per fortuna non esisteva ancora il copia-incolla, né la possibilità di correggere facendo sparire la scrittura precedente altrimenti  tanta storia, tante vicende, pentimenti, ripensamenti, svolte della storia, sarebbero andate perdute.

Leonardo Sinisgalli scriveva

Si scrive / si cancella, /una parola si guadagna / e si perde.”

Nel guardare questi autografi mi sono venute in mente anche quelle considerazioni sullo scrivere a mano su cui menti ben più potenti della mia hanno detto. Di sicuro non scrivere più a mano è una perdita come diceva Ceronetti che spero questa volta abbia torto almeno un po’

“Senza l’uso costante della grafia manuale il regresso civile e umano delle nazioni può essere spaventoso”

Come sempre immagino che la soluzione sia una robusta e saggia via di mezzo difficile da realizzare.

Manoscritto e autoritratto di Arthur Rimbaud

Manoscritto e autoritratto di. Arthur Rimbaud

 

Per chi fosse interessato sulla pagina fb “Il mestiere di scrivere” l’ album Scritti a mano 

imparare a memoria…

images-1.jpgMi pare che questo argomento in questo blog ci stia proprio bene: imparare a memoria, una cosa che ci ricordiamo noi che abbiamo un’età.

Una delle pratiche scolastiche più criticate e osteggiate eppure…  Io ho dovuto imparare a memoria un mucchio di cose, filastrocchine insulse, brutte cosiddette “poesie” e tante parole belle.

Mandare a memoria Carducci era facile: tambureggianti come sono i suoi versi, con un bel po’ di parole astruse, ma in fondo  parapà parapà pappapero. Ma ce ne erano di quelli che bisognava impegnarsi per ricordarli. Tanto Dante mi hanno fatto imparare, e Leopardi e Pascoli, Dannunzio (anche la pioggia nel Pineto ovvio!) e Manzoni, a parte i brani dei Promessi sposi anche lui aveva parecchi parapà (Ei fu. Siccome immobile…)

images.jpgCon Manzoni ho un fatto personale: avevo imparato a memoria il discorso del vescovo Martino dall’Adelchi un brano lunghetto e piuttosto ostico. Per  non annoiarmi lo leggevo e ripetevo come se avessi dovuto declamarlo a teatro.

Il giorno dopo in classe entra il Preside, che curava personalmente le classi che dovevano fare la maturità con incursioni temutissime. E mi interroga. Comincio a recitare il mio vescovo Martino e vado avanti avanti sempre più preoccupata; infatti di solito ti facevano dire una parte poi ti chiedevano di fare la “parafrasi” insomma spiegarla e commentarla… continuavo ad andare avanti e pensavo:  “Oh, madonna! quanta me ne fa spiegare” e invece una volta finito mi fa i complimenti e mi manda a posto con un volto altissimo mi pare 9 o forse addirittura 10. Una mia collega storse un po’ il naso e il Preside le spiegò che se uno la diceva così era inutile chiedere le spiegazioni perchè era evidente che aveva capito. Una grande soddisfazione che mi ripagò ampiamente della fatica.

image002.jpg

Poi ci sono state le poesie e i brani scelti da me , senza obblighi scolastici, quelli che  ho imparato a memoria per poterli portare  sempre con me, per farmi coraggio, compagnia, per sentirmi capita e in comunione con l’autore.

left-brain-283x300.jpg

Ecco a questo é servito per me l’abitudine ad imparare a memoria, avere dentro il mio cervello le parole che  descrivevano un momento, una emozione, un sentimento, una situazione, una idea, un principio.. ma in quel preciso modo, con quelle precise parole, con quel ritmo che le rendono speciali, con le quali l’autore le ha dette costruendo una magia straordinaria, poesia insomma.

Adesso mi capita spesso, in situazioni le più diverse, di scoprire che nel mio cervello escono fuori da sole le parole di qualcuno, imparate chissà quando, che sono perfette, un commento assolutamente preciso e senza che mi debba sforzare a cercarlo… Dunque sono ampiamente ripagata dell’impegno che ci ho messo.

Ma a volte la memoria fa scherzi strani: mi capita di ricordare cose… che non ho imparato. Per esempio ci sono versi di Lorca che così come li ricordo io… non ci sono in nessuno dei suoi testi che ho… deve averlo rielaborato la mia memoria, magari per vendicarsi