Ciao maestra

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Quella era davvero un’altra scuola! Le notizie di cronaca di questi giorni, che parlano spesso di atteggiamenti violenti e aggressivi nei confronti dei docenti da parte di alunni e famiglie mi hanno fatto venire in mente un episodio piccolo ma così significativo per me che lo ricordo perfettamente a quasi 50 anni di distanza

All’inizio degli anni ’70 ero arrivata a far scuola in città partecipando alla sperimentazione di una delle prime esperienze di scuola a tempo pieno. Anni fantastici, creativi e di grandi soddisfazioni ma anche di battaglie perché come si sa è molto difficile accettare di cambiare il modo di fare le cose che “le abbiamo sempre fatte così”.

Così ci trovavamo, noi giovani e novellini, a convivere e anzi a condividere le classi e il lavoro didattico con insegnanti molto tradizionali, spesso anche molto capaci e intelligenti, ma abituati a un rapporto con la classe improntato a modi molto formali e una disciplina piuttosto rigida.

All’uscita pomeridiana incrocio un alunno accompagnato dal nonno. Il bambino mi saluta “Ciao Bruna” rispondo con “Ciao” e mentre proseguo sento il nonno che rimprovera il bambino: “Ma è la tua maestra! Che fai je dici ciao? Se dice signora maestra!” Il bambino ci pensa un attimo e poi

“Quella è una maestra che je se dice ciao

Sono sempre rimasta fiera di corrispondere alla descrizione di quel bambino: sono stata spero una maestra alla quale si diceva ciao nel senso positivo del termine cioè una con la quale si poteva parlare con fiducia, potendo contare sul reciproco rispetto, reciproco appunto!  Uguali nel rispetto, ma non nei ruoli: rispetto da parte mia dei bambini, delle loro diverse caratteristiche e dei loro bisogni, ma rispetto anche da parte loro per il mio ruolo di responsabile della classe e del percorso formativo. Per tanti anni è stato bello e costruttivo

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evviva la miseria?

nonno gela003La famiglia di nonno Gela per avere una bocca in meno da sfamare lo aveva mandato a garzone intorno agli 8 anni da certi contadini: quando stare a garzone voleva dire essere un piccolo schiavo, che lavorava tutto il giorno in cambio del cibo, scarso e di scarsa qualità…poi fu uno dei ragazzi mandati sul Grappa a farsi massacrare dagli austriaci a 17 anni e quando riuscì a tornare dalla guerra dovette andare in Argentina per sfamare la famiglia. Insomma uno che ne sapeva di miseria, fame, fatica. In questo era esperto e laureato, mentre era rimasto analfabeta.

Dunque questo nonno raccontava con piacere questo aneddoto: un giorno la famiglia dei mezzadri venne invitata dal padrone a pranzo e venne servito un arrosto con patate. Il padrone, avaro e anche meschino come tutti i padroni del tempo, magnificava insistentemente le patate: “Ma come sono buone queste patate, saporite, ben rosolate. Prendine ancora!” diceva al bambino figlio dei mezzadri il quale suggestionato dal discorso del padrone  stava per servirsi di patate quando il suo babbo lo fermò: “Mangia la carne e lascia stare le patate: non vedi che piacciono al padrone?”.

Mio nonno a questo punto del racconto sorrideva dell’astuzia del povero contadino che per una volta aveva la possibilità di mangiare a sazietà della carne e che si mostrava anche capace di superare in furbizia il ricco avaro.

Mi viene in mente nonno e il suo aneddoto  ogni volta che leggo i discorsi di tanti che non so per quale motivo, forse per sazietà, fanno della povertà e della miseria un mito, una situazione ideale, da rimpiangere.

Così mangiamo cicerchia (che se era stata abbandonata per decenni come cibo ci sarà ben stato un motivo) e pane scuro mentre per nonno il pane bianco era ambito come un dolce, solo a Natale… E che nostalgia per il vivere poveramente e ammazzarsi di fatica… era una vita più autentica, il cibo era genuino ma ce n’era così poco… non c’era tutta questa chimica…. e la durata della vita media era quasi metà di quella di adesso…

Sopporto sopporto, ma ieri l’altro quando ho sentito dire a GEO che il Molise deve molto alla miseria se si è conservato senza stravolgere il paesaggio non ne ho potuto più: o rivisto il sorriso ironico di nonno Gela, esperto in miseria e fatica e ho spento la tv.

la classe capovolta…

Leggo di insegnanti che “sperimentano” delle sistemazioni della classe non più con i banchi schierati di fronte alla cattedra… credevo non si facesse più da almeno trenta o quaranta anni. Questo progetto come si usa adesso ha anche un nome ovviamente in inglese: la chiamano “Flipped room” insomma “Classe capovolta”

Nella scuola a tempo pieno dove ho lavorato per tanti anni la sistemazione dei tavoli era molto flessibile, in funzione dell’attività che si doveva fare e dello scopo da raggiungere. Siccome però ogni bambino ha bisogno di avere un “suo” posto la classe era organizzata in gruppi piccoli, possibilmente 4, massimo 5, perché ognuno avesse possibilità di parlare e di essere ascoltato e questi gruppi cambiavano all’incirca ogni mese. Impiegavamo parecchio tempo per scegliere i componenti dei gruppi cercando di mescolare le amicizie, le abilità, le inclinazioni, le preferenze e anche le antipatie; non era per niente facile.

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Con la mia partner, Manuela Carloni, dedicavamo a questo lavoro tempo ed attenzione perché credevamo profondamente nella potenza educativa del gruppo.

Un giorno avevamo ospiti un gruppo di allievi dell’Istituto Magistrale, futuri insegnanti alle soglie del diploma. Lezione di matematica: avevo sistemato la classe in gruppetti di tre e assegnato una piccola serie di problemi di aritmetica da risolvere assieme dopo averne discusso.  Mentre illustravo alla classe il lavoro avevo notato dei risolini ironici fra i tirocinanti a cui poi chiesi spiegazioni.

“Eh!  Ma così quelli che non sanno fare copiano e basta, non è una pratica intelligente” “Certo basta che ci sia uno che sa fare e detta la soluzione…”

Questa volta ero io a sorridere un po’ sarcasticamente.  “Andate a sentire cosa si dicono, senza interferire  poi ne parliamo…”

Alla fine erano tutti molto stupiti: ogni bambino aveva proposto la sua ipotesi se era diversa da quella degli altri, ognuno aveva dovuto spiegare perché si sarebbe dovuto fare in quel certo modo, chi aveva obiezioni le argomentava, chi non aveva capito se lo faceva spiegare meglio, chi aveva un’altra idea la proponeva sostenendola con un ragionamento… insomma avevano discusso animatamente, lavorato e partecipato seriamente tutti con grande stupore e meraviglia di quei futuri maestri che purtroppo erano ancora molto, tanto, troppo alunni tradizionali a loro volta.

La cosa che non potevano nemmeno supporre era che nessun bambino avrebbe accettato di essere per il gruppo un peso morto, ma che ognuno era molto impegnato e fiero di dare il suo contributo al lavoro comune.

Per noi che conducevamo la classe questo era il modo di lavorare giusto. Certo assegnando un esercizio individuale si sarebbe fatto più in fretta con il risultato che chi sapeva avrebbe continuato a sapere, chi non capiva non avrebbe capito, l’insegnante avrebbe espresso tutto questo con un numero, un voto  ma questo per noi non era lo scopo della scuola come noi la volevamo.

Chissà se e quanti di quei tirocinanti  avranno fatto poi lavorato in una classe e come.

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