A S.Giovanni anche i mazzetti porta fortuna

Schermata 2021-07-08 alle 10.19.01
Tante le tradizioni intorno a S.Giovanni e il solstizio d’estate (l’acqua profumata, la barca, il nocino…) che stanno recuperando una certa popolarità e un po’ hanno anche annoiato…
Ce n’è una meno conosciuta, la scopro sui social: i mazzetti di S.Giovanni.
Sulle bancarelle della Fiera del Santo che si tiene a Cesena si trovano in vendita mazzetti composti da lavanda, grano e aglio, legati con nastri rossi. Ogni cosa ha un senso, un significato e una funzione: la lavanda per la salute, il grano parla di prosperità, l’aglio e il fiocco rosso contro il malocchio.
Poi naturalmente chi è meno attento al rito e crede di migliorare l’estetica… aggiunge nastri di colori pastello e tanti saluti agli scongiuri!
24-6-2021 Cesena F.Barzanti
Naturalmente sono incuriosita e chiedo notizie: c’è chi racconta
“La mia nonna, nata e vissuta nella pineta ravennate, osservava ogni anno a San Giovanni la tradizione con qualche modifica rispetto Cesena….7 spighe di lavanda per la salute, 7 spighe di grano per la prosperità, un fiore rosso, contro il malocchio. Il mazzolino era legato da un nastrino rosso anche quello contro il malocchio. Era un mazzolino povero come povera e semplice era la tradizione contadina”
Povero ma ricco di cultura: quel 7 ripetuto richiama le fiabe antiche (sette paia di scarpe…) ma anche la Bibbia…..
C’è chi aggiunge: “la lavanda oltre a profumare la biancheria allontana le streghe e attira le fate”
E poi ci sono anche mazzetti abbastanza diversi, ma sempre beneauguranti come dice il loro nome: fortunelli di S.Giovanni, in uso in qualche parte della Lombardia, composti da iperico (ancora lui!) e grano, legati con nastro rosso.
 Vilma Mena iperico grano fortunello
Ormai l’occasione è passata, ma potrebbe essere utile ricordarselo il prossimo anno.
grazie alle pag fb di Fiorenzo Barzanti e Vilma Mena

Tempo di mietitura

1 ieri c'era granoPassa la mietitrebbia… Fino a ieri in questo campo c’era il grano e solo nel giro di poche ore il terreno è diventato così, sgombro, pronto per essere arato e il grano e la paglia sono stati accumulati nei rispettivi magazzini.

Tempi moderni. Le foto in bianco e nero della mietitura negli anni ’60 raccontano qualcosa di molto diverso.

1743672_509803729174001_1250919541704851948_nÈ una storia di una fatica lunga e complessa , fatta di tanti passaggi ognuno da eseguire con perizia e abilità e anche rispettando la tradizione. La pubblicazione di queste foto straordinarie suscita ricordi e rimpianti immancabili dato che ci sono ancora molti testimoni che hanno vissuto quell’esperienza. Anche io da bambina ho partecipato, più che altro per gioco, alla mietitura armata di un piccolo falcetto.

11665_507703819383992_6335499745937641936_nLa squadra dei mietitori, i contadini del podere e anche i vicini (con cui ci si scambiava il favore) prendevano posizione ai piedi del campo e allargavano le braccia a prendere la misura della “presa”, la striscia di grano che avrebbero mietuto e poi si partiva. Nella mia piccola esperienza dopo poche falciate mi accorsi che i due mietitori ai miei lati avevano proseguito tagliando davanti a me, lasciandomi solo una isoletta di grano… ormai avevo giocato abbastanza.

campagna di FilottranoCominciava così la liturgia: i pugni di spighe tagliate venivano posate in piccoli mazzi detti “mannelli” che venivano poi ammucchiati in fasci più grandi legati da un legaccio fatto con le spighe secondo un canone preciso e codificato, il “balso”  “il balso richiedeva del grano con lo stelo particolarmente lungo;  a casa mia, per realizzare il balso, si seminava una piccola quantità di un grano specifico, che si chiamava “il Roma”, i cui steli superavano il metro di altezza.”

due mietitrici

la mietitrice in piedi prepara il balso per legare il fascio di grano che l’altra prepara

E poi la costruzione dei cavalletti detti anche covoni, anche loro con la loro liturgia precisa e codificata dalla logica e dalla tradizione del luogo: il numero dei fasci, dispari, il nome del primo sorce=topo e dell’ultimo “cavallo”, le spighe rivolte verso il centro della croce per ripararle dalle intemperie…

Covoni

E i covoni disposti sul campo con regolarità geometrica. Racconta un testimone:  Siccome avevamo un campo che si vedeva dalla strada nonno se non erano perfettamente allineati li faceva spostare “…

la formazione del "barco" con il grano portato sull'aia

il “barco” con il grano portato sull’aia

Mietere, legare, radunare, trasportare, radunare di nuovo in mucchi, riprendere a mano per trebbiare, trasportare grano e paglia; l’attesa della “macchina del batte” la trebbiatrice, un enorme cassone di legno con il suo accompagnamento del trattore che la trainava e forniva poi la forza motrice.

11334030_514766465344394_3332038958995191588_oIl corteo dei macchinari, della squadra degli addetti alla trebbia, delle auto… si sentiva arrivare da lontano, il suo fracasso era atteso e accompagnato festosamente da curiosi e soprattutto ragazzi.  Un testimone racconta: “Che emozione sentire e veder transitare per le strade polverose non ancora asfaltate “Lu trattore Landini co’ tuttu l’attaccu, trebbia, scalò, scaletta e lu carruzzittu dell’attrezzi. Un nodo alla gola mi assale…”

A leggere i commenti che accompagnano la pubblicazione sui social di foto d’epoca c’è un po’ di rimpianto per quel tempo (in cui erano giovani), per quella “serena” accettazione di una vita di fatica, ma soprattutto si resta colpiti da come quella immane fatica, quel momento cruciale della vita del podere veniva vissuta anche se inconsapevolmente come una celebrazione governata da regole dettate dalla tradizione.

11700917_514736548680719_8813702183087726564_o

Non c’era passaggio che non avesse la sua regola, il suo nome, i suoi numeri, tramandati da secoli i suoi rituali anche se diversi da luogo a luogo. Così lo strepito della sirena che attraversava l’aria torrida e arrivava lontano, a dire a tutti con orgoglio che si erano superati i 100 quintali.  Una liturgia che aveva un suo straordinario finale, codificato e tramandato in modo immutabile: quando finalmente si era arrivati in fondo, finito di trebbiare, sull’aia si spegnevano i motori mentre ormai s’era fatta sera.

a Coldipastine MC

a Coldipastine MC

Tutti assieme si celebrava l’ultimo atto: la condivisione di un momento di festa con le bianche tovaglie sulle tavole composte dalle porte stese sui cavalletti e poi i “maccheroni del batte”, l’oca arrosto, la papera, il vino della chiavetta…

in basso a sinistra: una veloce rinfrescata e poi si mangia

in basso a sinistra: una veloce rinfrescata e poi si mangia

Del resto così si concludono le cerimonie sacre, con il rito della condivisione. Allora quel grano, curato per tutto l’anno e raccolto con giorni e giorni di fatica e sudore rappresentava il benessere e la sicurezza del prossimo futuro… tutte cose che hanno a che fare con il tempo, tanto tempo, tempo lento che non va più d’accordo col nostro modo di vivere.  Ieri sera c’era ancora il grano nel campo e in poche ore è già tutto finito.

Non è più tempo di riti

197350150_10158315747006814_943566429162271340_n

NB: devo la maggior parte delle foto e anche dei commenti riportati in corsivo alla pagina fb di La campagna Marchigiana che ringrazio

Tempo di fare canestri

cestaio al lavoro campagna marchigiana ph.Giorgio Bellagamba

cestaio al lavoro, campagna marchigiana – ph.Giorgio Bellagamba

L’inverno è un tempo di riposo per la terra e di conseguenza anche per i contadini. Di riposo, ma non di ozio infatti un tempo era il tempo dei lavori al riparo, dei piccoli lavori di manutenzione degli attrezzi e anche della costruzione dei cesti.

A suo tempo lungo i fossi erano stati tagliati i venchi, i rami sottili e flessibili dei salici e poi erano stati messi da parte per quando, l’inverno, al calduccio relativo della stalla, ci si metteva in compagnia a fare cesti, gavagni, canestri, gerle, panieri, sporte, crini…  Un lavoro meno faticoso certo di quello nei campi, ma non meno utile.  Adesso per noi un cestino di vimini è un oggetto decorativo, di arredo; ne abbiamo quasi in ogni casa, ma nel mondo prima dell’avvento della plastica i contenitori di qualunque tipo, per i prodotti dell’orto e quelli del campo, per trasportare e contenere  erano cesti, di fogge e grandezze diverse a seconda degli usi, ma sempre fatti a mano con ramoscelli elastici e resistenti.

la gerla di Francesco F.

la gerla di Francesco Fioranelli

Dalle gerle di legna o di fieno che i montanari portano sulla schiena alle ceste per la raccolta dell’uva e delle olive, e i canestri di uova per il pollaio, al crino…  tutti fatti ingegnosamente a mano, tutti perfettamente adatti all’uso a cui servono, tutti inventati e costruiti  seguendo regole  modelli antichi e a volte, più raramente, con qualche fantasia.

il crino del museo di Senigallia

il crino del museo di Senigallia

Alcuni tipi di cesti non sono più usuali, sono diventati quasi incomprensibili, come per esempio il “crino” che nel museo della civiltà contadina di Senigallia è definito così: si usa rovesciato per trattenere i pulcini e la chioccia ed evitare che i piccoli si disperdano nel prato.

Ormai le stalle sono diventate tutta un’altra cosa, diversa da quella specie di “salotto” in cui si riunivano anche fra vicini e passavano ore tranquille, ma non inoperose, a chiacchierare mentre erano intenti chi a fare cesti, chi ad aggiustare attrezzi, a fare la maglia, a rammendare panni, a capare verdure… tutte cose che vedevo fare tanto spesso anni fa.

Adesso è difficile vedere all’opera un cestaio e così quando, qualche anno fa, passeggiando per il paese di Sepino ho visto questa scena mi sono fermata a guardare e ho cercato di attaccare discorso. Il signore ha continuato a lavorare, ma davanti al mio entusiasmo ha risposto benchè con una certa sobrietà, alle mie domande.

il burbero cestaio di Sepino

il burbero cestaio di Sepino

Ho subito chiesto di comprare un cesto, mi pareva ovvio che li facesse per venderli e invece no, mi rispose che lui non li vendeva, li faceva perché gli piaceva farli.  Non ricordo come, certo non con la violenza ma in cambio di qualche euro, poco dopo camminavo per Sepino con l’aria fiera tenendo in braccio il cesto conquistato.

Le persone che incontravo mi guardavano con una certa curiosità che io attribuivo al fatto che ero “forestiera” in un paese piuttosto piccolo dell’interno del Molise. Ho capito però che poteva esserci un’altra spiegazione quando ho raggiunto Giorgio al bar della Piazza centrale, sempre con il mio cestino in braccio.

La barista prima di chiedermi cosa volevo bere mi chiese. “Dove ha preso quel cestino?”  Io, un po’ stupita della domanda, anche leggermente seccata, glielo spiegai e lei:     “È mio padre, non li dà a nessuno, nemmeno a noi di famiglia. Gliene ho chiesto uno per Natale e  lui non me lo ha dato…”

cesto

Abbiamo riso assieme del fatto che forse io con la mia abituale parlantina  dovevo averlo frastornato tanto che pur di togliermi di torno aveva ceduto. Ho sotto gli occhi ogni giorno quel cestino che mi ricorda Sepino, un incontro, un’arte semplice, utile e colta.

una immagine famosa, dalla pagina di "La campagna appena ieri"

una immagine famosa, dalla pagina di “La campagna appena ieri”