ho camminato ogni giorno

la strada verso la scuola alla fine degli anni '40

la strada verso la scuola alla fine degli anni ’40

Ho camminato fra casa e scuola, ogni giorno, anche più volte al giorno, per almeno trent’anni.  Una volta uscita da casa, camminando, dentro di me entravo già  a scuola. Lungo quella strada prendeva forma nella mia testa il lavoro che mi aspettava, le attività da fare, i bambini da seguire.  Ho sempre camminato quella strada da sola, dopo che le figlie hanno finito le elementari.

Mi è capitato di uscire da casa con il cuore pesante per un problema familiare così angosciante che mi pareva non sarei riuscita a lavorare e poi quasi ad ogni passo il peso diminuiva finché arrivata a scuola non pensavo più alle mie angosce, ormai i piedi mi avevano portato  in classe, avevo da fare.  I problemi mi avrebbero aspettato fuori e camminato con me tornando a casa.

Una volta lasciai una delle figlie con la febbre alta proponendomi di telefonare a metà mattina alla tata per avere notizie: solo al momento di uscire da scuola all’improvviso mi venne in mente tutto, anche l’ansia, la preoccupazione e in aggiunta giustamente  un grande senso di colpa…

Ma più spesso per fortuna ho camminato verso la scuola con piacere, con una certa eccitazione, un senso di aspettativa quasi che andassi verso un’avventura, una giornata nuova da costruire con i bambini.

Una mattina ci alzammo che era tutto coperto di neve e ancora nevicava, era chiaro che la scuola sarebbe rimasta chiusa. Non ho voluto rinunciare alla mia camminata verso la scuola ed è una di quelle che ricordo meglio.

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Il silenzio ovattato lungo la strada, lo scricchiolio della neve sotto i passi, ogni tanto il tonfo di qualche falda… il giro attorno alla scuola chiusa, le mie orme sulla neve ancora intatta.

il prato e la casa dietro la scuola sotto la neve

il prato e la casa dietro la scuola sotto la neve

Ho camminato tante volte verso la scuola pensando alla scuola ma anche guardandomi intorno.

Una costante sono  i tigli del Viale in salita, e le loro stagioni: lo spuntare delle foglie, la fioritura, il profumo, i ronzii delle api, le foglie giallissime in autunno e poi a mucchi ai piedi degli alberi. Ogni volta ho camminato con piacere su quelle foglie come fanno i bambini, anche se non c’erano più le figlie con me e non avevo scuse.

Spesso nelle tasche delle giacche che indossavo per camminare Giulia trovava i semi dell’alloro, piccole palline rotondissime e  l’idea che la sua mamma raccogliesse semi per strada la faceva ridere.

Sulla strada dove camminavo conoscevo ogni pianta dei piccoli giardini condominiali di cui scrutavo le evoluzioni e soprattutto aspettavo la fioritura come quella profumatissima delle magnolie e quella meravigliosa per me della pianta di peonie di uno dei giardini. Una pianta rigogliosa, che rispuntava ad ogni primavera e si copriva di fiori rosa sfumati e bellissimi di cui riuscivo anche a immaginare il profumo delizioso. Solo immaginare perché non ho mai osato, in tanti anni, entrare.  L’ultima primavera quella pianta non l’ho vista… chissà. Camminerò ancora da quelle parti la prossima primavera e se ci sarà la peonia e fiorirà andrò a godermene il profumo.

Da quando non vado più a scuola ho cambiato casa, ora abitiamo vicino alla scuola e ogni mattina, per più di quindici anni ho camminato sulla stessa strada ma all’incontrario, per andare in centro dove abitavamo prima. Così andavo “in città” per camminare come ero abituata a fare appena alzata e fare colazione nel solito bar.  Al ritorno camminando si passa accanto alla scuola, si sentono le voci degli insegnanti, dei bambini, rumori di sedie trascinate, chiacchiericcio; rumori che riconosco ma non mi suscitano nessuna nostalgia né rimpianto. 

Non ho più da camminare fra casa e scuola, siamo solo diventati vicini di casa.

la scuola

la scuola

Non ci sono più le parolacce

Ho una certa difficoltà a pubblicare certe parole che ormai quasi chiunque dice e scrive con disinvoltura, come quelle che sicuramente in questo momento state pensando anche voi.

Lo so che la lingua e il senso del pudore cambiano, anzi ne ho lunga esperienza, anche diretta. Quando ho cominciato ad insegnare, anno scolastico 1964-65 in un paesino dell’Appennino marchigiano (vedi foto), spesso capitava che qualcuno dei bambini dicesse che qualcosa era “un casino” oppure che non si doveva “fare casino” e così via.

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Per me allora era un’espressione assolutamente impronunciabile e inaccettabile e così cercai di far capire che era una “brutta parola” dal significato sconcio (che ovviamente non spiegai) e proposi una parola adatta per dire quello che di solito esprimevano con la parola “casino”: la parola magica, la parola bella, era “confusione”.

Mi davano retta, cercavano di fare attenzione, con una certa fatica.  Un giorno durante il lavoro c’era un po’ troppo rumore e allora, alzando la voce per farmi sentire:

– Insomma! Cosa è tutta questa confusione?

Uno dei bambini, il terzo da sinistra seduto nella foto, mi si avvicinò e in un orecchio:

– Maestra ti sei sbagliata, hai detto quella parolaccia invece di dire “casino”.   Ho dovuto arrendermi all’evidenza,

Ho ammesso anche con me stessa che la lingua è un organismo vivo, cambia  e anche il comune senso del pudore con lei.

Io, Mafalda e Quino

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Ho appena appreso della morte di Quino, il “padre” di Mafalda…. lo ricordo così:

Bologna, anni fa, fiera del libro per ragazzi, sezione illustratori.

C’é un incontro con Quino, il fantastico autore di bambini come Mafalda e i suoi amici, graffianti e lirici allo stesso tempo.
Io un po’  per paura di non trovare posto e un po’ per pietà verso i miei piedi, mi vado a sedere con molto anticipo nella saletta indicata.
Sono sola.
Dopo poco entra LUI, Quino.
Ci salutiamo con un cenno e un sorriso.
Lui si mette a sistemare i suoi fogli e io comincio ad arrovellarmi:
vado lì?
Gli chiedo l’autografo?
Poveretto,  perché non lasciarlo  in pace ..
Che gli dico? Scusi, potrebbe, sono una sua ammiratrice…
Che imbarazzo, che banalità.

Lascio stare e per dieci minuti buoni condividiamo il silenzio e l’attesa, continuando le nostre faccende  e solo ogni tanto sfiorandoci con lo sguardo. Poi cominciano ad arrivare  gli altri a frotte, si mettono in fila davanti a lui e lui fa a tutti un piccolo disegno, una dedica e l’autografo.
Io no, io non ne ho bisogno, io ci sono stata con lui, da sola, capirai che mi frega dell’autografo!