Il libro “rubato”

Nonostante la passione per i libri e i pochi soldi nella mia vita ho rubato soltanto un libro.
Anzi, non l’ho mai restituito…
E non si tratta della mancata restituzione del libro che ti hanno prestato e che non ti ricordi di ridare, no, io ho proprio deciso che non lo avrei restituito alla biblioteca pubblica dove l’avevo preso.
Non glielo avrei ridato perché non potevo proprio separarmene.
Per me era vitale averlo, copiarne delle frasi, rileggerlo, tenerlo con me.
Era “Niente di nuovo sul fronte occidentale”  di E.M. Remarque.
Un libro sulla prima guerra mondiale, scritto da un tedesco pacifista, un libro datato, anche un po’ retorico.
Non ho mai capito del tutto perché per almeno un paio di anni sia stato il mio libro del cuore, di cui sapevo a memoria pagine intere che mi ripetevo dentro di me provandone un grande piacere, commozione  e anche molta compassione per il protagonista che racconta le sue vicende di trincea.
Avevo circa quattordici anni e una vita difficile, da orfanella costretta dentro un collegio molto rigido dove tutto era proibito.
Probabilmente sentivo una certa somiglianza  fra la  condizione del protagonista e la mia, soprattutto quando lui descriveva il rimpianto per la sua giovinezza sprecata.
E’ una spiegazione che mi é apparsa chiara adesso… cinquant’anni dopo!

Mi sono sempre ripromessa di ricomprarlo per restituirlo, perché dalla  copia “mia”, quella sulla quale avevo conosciuto la storia, quella letta e riletta, sottolineata e ormai consunta non avrei mai potuto separarmi.
Ogni tanto, nei traslochi, il libro l’ho perso e altre l’ho ritrovato.
Adesso da qualche anno non so più dove sia.

Io e i libri

Ho letto molte migliaia di libri.  E libri di molte centinaia di tipi diversi.

Molti mi hanno fatta felice, qualcuno mi ha fatto arrabbiare, altri mi hanno fatto intristire, tanti forse troppi mi hanno lasciata indifferente benché anche in questo ci sia del buono: se ti cade dalle mani quando ti addormenti e perdi il segno quando ti svegli e vuoi continuare a leggere puoi tranquillamente aprire a caso.. tanto é indifferente.
I famosi libri per dormire anzi da dormire
Qualcuno l’ho buttato direttamente nella carta da riciclare, anzi una notte mi sono alzata apposta per gettarne via uno che non volevo ammorbasse l’aria della mia stanza né la mia libreria.
Da un po’ di tempo in qua leggo e dimentico poco dopo; comodo e utile così se resto senza niente di nuovo da leggere basta pescare fra quelli che sono lì da un po’:  come nuovi e a metà prezzo!

Ogni tanto capita di sentire qualcuno in TV o alla radio che chiede al personaggio di grido quale sia il libro della sua vita (veramente capita più spesso che parlino di film o canzone..) e a me viene da pensare cosa risponderei io.
Ci devo aver pensato su a lungo, senza accorgermene, in quella parte di me che si fa lunghe e interessanti chiacchierate con me stessa e come sempre so che la domanda ha più di una risposta.

Layout 1Un libro che mi ha segnata, avevo dieci o undici anni, è stato Zanna bianca di J. London.
L’avevo portato a casa dalla bibliotechina scolastica  ma appena cominciato non sono più riuscita a smettere di leggere così ho ottenuto di rimanere alzata dopo cena per poter continuare almeno un po’.
Erano i primi anni cinquanta e in inverno si andava a letto subito dopo cena per risparmiare luce e legna.
Nella casa dove vivevo per scaldarsi c’era solo la cucina economica (vedere eventualmente su Google..) che  i miei dopo cena lasciavano spegnere e che quindi conservava un po’ di calore solo se si stava molto vicini. Anzi, siccome i piedi gelavano, li mettevo dentro al forno (come Pinocchio) per scaldarli un po’.
Curiosamente di questo episodio ricordo tutto, anche dettagli e sensazioni, anche dove ero e come stavo, il freddo, il silenzio della casa addormentata, me che leggevo e leggevo e finivo il libro…e mi mettevo a piangere.
Un pianto disperato, con singhiozzi e lacrime. Eppure il libro é a lieto fine.

Infatti non era la vicenda che mi faceva piangere ma la sensazione di essere stata abbandonata, la consapevolezza che il libro mi aveva chiuso la porta in faccia,  che dovevo per forza andarmene da quella storia nella quale avevo vissuto fino a quel momento.
Una sensazione profonda di esclusione senza rimedio.
Loro avrebbero continuato a vivere la loro storia e io restavo sola nella cucina ormai gelida.

In memoria di Fernanda Pivano

A dire la verità non mi stava per niente simpatica, così eccessiva e  un po’ fanatica.
Trovavo eccessivi i suoi entusiasmi per certi scrittori “sulla strada” che a me parevano solo la esaltazione di un maschilismo senza freni, scambiato per coraggio, trasgressione, inno alla libertà (curioso che le donne nella  poetica di questi on the road compaiano solo come necessario complemento del rapporto sessuale , e in piena esplosione del femminismo!).
Ho saputo dopo che a lei dovevo la pubblicazione in Italia dell’Antologia di Spoon River.  Allora penso di doverle rendere quanto le devo.

Antologia%20di%20Spoon%20River_fronte.jpgInizio anni sessanta, ero una  maestra giovanissima, appena nominata in una scuoletta nella campagna marchigiana.
Ragazzi di dieci anni, curiosi, intelligenti, pieni di voglia di conoscere il mondo, che
venivano da quattro anni di esperienza della più tradizionale e conservatrice scuola elementare.
Si avvicina maggio, la Festa della MAMMA, in occasione della quale mi fanno sapere le colleghe (tradizionali e conservatrici) che si usa fare una accademia cioè una recita a uso e consumo delle mamme degli alunni.
I bambini reciteranno cose come “Mia madre ha settant’anni e più la guardo e più mi sembra bella”, le mamme si commuoveranno, i bambini offriranno dei fiori, arrivederci come é stato bello abbiamo pianto tanto.
Non potevo crederci, ma erano gli ordini dall’alto della direzione didattica che poi mi avrebbe dovuto giudicare se idonea o no…
Io ero una maestrina di nuova nomina che però aveva avuto la fortuna di essere iniziata alla  poesia, mi avevano insegnato a leggere i contemporanei e non solo Manzoni.
Così con i pochi soldi che avevo compravo libri di poesia e avevo comprato anche l’Antologia di Lee Masters.

Sulla collina assieme a tutti gli altri che ormai conosciamo, il poeta, l’ubriacone, le tante anime inquiete di Spoon River, dormono anche delle madri e soprattutto ce ne sono due che riassumono in sé due modi opposti di intendere il senso della vita :
Lucinda Matlock  ed Elizabeth Childers. Le propongo alla classe, i ragazzi si appassionano al punto che siamo costretti a scegliere  a caso il nome di chi le reciterà perché tutti sanno dirle bene.
Arriva il giorno dell’accademia, la direttrice, le mamme, i fiori… siamo i più grandi, gli ultimi a intervenire…  Lucinda, Elizabeth…
Stupore, imbarazzo, poi tutti si commuovono, abbiamo pianto tanto…. é stato diverso, ma bello però.
Devo a Fernanda Pivano dunque se quattordici ragazzini di campagna hanno imparato che poeta vuol dire anche Lee Masters  e non solo Giosuè Carducci con le sue rime roboanti.
Molti di loro anche adulti hanno continuato a leggere poesia e, a quaranta anni di distanza, qualcuno di loro ancora se lo ricorda e me lo ricorda.

Nonostante gli eccessi, dunque: grazie Fernanda Pivano.

LUCINDA  MATLOCK
Andavo a ballare a Chanderville,
e giocavo alle carte a Winchester.
una volta cambiammo compagni
ritornando in carrozza sotto la luna di giugno,
e così conobbi Davis.
Ci sposammo e vivemmo insieme settant’anni,
stando allegri, lavorando, crescendo dodici figli,
otto dei quali ci morirono,
prima che avessi sessant’anni.
Filavo, tessevo, curavo la casa, vegliavo i malati,
curavo il giardino e alla festa
andavo a spasso per i campi dove cantavano le allodole
e lungo lo Spoon River raccogliendo tante conchiglie
e tanti fiori e tante erbe medicinali…
gridando alle colline boscose, cantando alle verdi vallate.
A novantasei anni avevo vissuto abbastanza, ecco tutto
e passai a un dolce riposo.
Cos’é questo che sento di dolori e stanchezza
e ira, scontento e speranze fallite?

Figli e figlie degeneri,
la Vita é troppo forte per voi..
ci vuole vita per amare la Vita.

ELIZABETH CHILDERS
Polvere della mia polvere,
e polvere con la mia polvere,
o bimbo, che moristi mentre entravi nel mondo,
morto con la mia morte.
Che non conoscesti il Respiro, per quanto provassi,
e il cuore ti batteva quando vivevi con me,
e si fermò quando mi lasciasti per la Vita.
E’ bene così, bimbo mio. Così non percorresti 
la lunga, lunga strada che inizia coi giorni di scuola,
quando i ditini si appannano sotto le lacrime
che cadono sulle lettere storte.
E il primo dolore quando un piccolo amico
ti abbandona per andare con un altro;
e la malattia, e il volto della Paura accanto al letto;
la morte del padre o della madre;
o la loro  vergogna, o la miseria.
L’infantile dolore dei giorni di scuola finisce
e la natura ti fa bere
alla coppa dell’Amore, benchè tu sai che è avvelenata.
A chi si sarebbe levato il tuo viso fiorito?
Un botanico, fragile creatura?
Quale sangue avrebbe gridato all’unisono col tuo?
Puro o contaminato non importa,
é sempre sangue che fa appello al sangue.
E poi i figli – oh che sarebbero stati ?
E quale il tuo dolore? Bimbo! Bimbo!

La Morte é meglio della Vita!

Traduzione di F. Pivano