ma a Genova no…

svincolo_giostra_3Quando si doveva partire per una vacanza estiva ci capitava spesso di scegliere come orientamento generale il nord-ovest, in direzione Francia e poi eventualmente Spagna e Portogallo… abitando nelle Marche l’itinerario sembrava obbligato: autostrada A14 fino a Bologna e poi sempre autostrade fino a Genova; di lì si doveva passare per raggiungere poi la frontiera (quando ancora c’era) e poi Ventimiglia….

Sembrava ovvio, ma abbiamo seguito questo percorso solo la prima volta all’andata verso la Provenza.  Al momento di tornare G. che guidava chiese a me che facevo il navigatore di scegliere sulle carte un percorso che escludesse la Liguria.

“Perché?”  “Non voglio più fare quell’autostrada che passa sopra le case, che non ha corsia di emergenza, che è trafficata e confusa…”

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A noi, forse perché provinciali marchigiani, metteva paura quel nastro di strada che saliva arrampicandosi su zampe gigantesche e poi si sfrangiava in giganteschi intricatissimi svincoli… a me è rimasto negli occhi lo sguardo che ho involontariamente gettato dentro le stanze, forse al quinto-sesto piano, delle case sopra e accanto a cui la strada passava. Una vertigine.

Così è cominciata una specie di caccia agli itinerari alternativi: molto piacevole e anche divertente dato che, siccome non avevamo vincoli di tempo né prenotazioni e siamo amanti del viaggiare lento, potevamo scegliere cosa fare momento per momento, nel nostro stile.

Abbiamo sperimentato sia all’andata che al ritorno molti dei valichi fra Francia, Piemonte e Valle d’Aosta, scoprendo zone, paesaggi, paesi, ambienti di cui avevamo a volte solo sentito parlare ma spesso nemmeno quello. Scoperte vere.

C’è venuto in mente ieri, mentre guardavamo inorriditi il ponte Morandi, crollato tragicamente.

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a scuola con la poliomielite

Quando sono arrivata nella mia prima classe, una seconda elementare nell’alta Vallesina  era il 1° ottobre 1964. La mia prima classe me l’ero immaginata in tanti modi, ma la stampella appoggiata al banco di Paola quella no, non l’avrei mai  immaginata.

Paola era poliomielitica non ho mai saputo esattamente cosa non avesse funzionato,  probabilmente  si era ammalata prima della vaccinazione…

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Aveva una gamba imbracata in una specie di armatura  e così doveva stare seduta con questa gambetta rigida  e camminare appoggiandosi a una stampella  a tripode.

Faceva molta tenerezza vedere i suoi sforzi per fare tutto quello che facevano tutti gli altri, era allegra e vivacissima. Si faceva in modo da non metterla in difficoltà e gli altri bambini erano molto collaborativi, non sembravano notare nessuna differenza. Lei non si lasciava demoralizzare dalla difficoltà, stringeva i denti e si sforzava di superare ogni problema.

Ad un certo punto dell’anno Paola si assentò per una nuova operazione a Bologna e quando tornò a casa per una lunga  convalescenza non poté tornare a scuola così quasi ogni giorno io uscivo dalla scuola e andavo da Paola a casa sua, che era lì vicino, e le raccontavo cosa avevamo fatto a scuola, le spiegavo le cose nuove, le facevo fare degli esercizi. Facevo uno spuntino offerto dalla famiglia (facevano i fornai e i loro prodotti erano molto gustosi) poi dopo le 14 prendevo il treno per tornare a casa.

Così siamo arrivati alla fine dell’anno scolastico ma allora  in seconda c’era l’esame  e con la Commissione andammo da Paola che eseguì le sue prove a letto e fu promossa.

Finalmente arrivò il giorno che andai da Paola a consegnarle la pagella con la promozione e anche a salutarla dato che ero stata trasferita e di lì a pochi giorni mi sarei sposata.

Tutta la famiglia mi aspettava e una volta consegnato il documento il padre mi disse

“Adesso lei non è più la maestra di Paola, vero?”

mi sembrava uno strano discorso comunque  “Sì, adesso non lo sono più”

“E allora non può rifiutare questo dono che le abbiamo scelto per ringraziarla e augurarle un matrimonio felice”  E mi consegna una scatola con un servizio di cucchiaini d’argento.

Non li ho mai usati, sono ancora nella  loro scatola foderata di seta bianca e ogni volta che li vedo mi ricordo la piccola bambina storpiata dalla polio, il suo coraggio, la nostra intimità e ci penso ancora di più in questi giorni in cui si parla tanto della “libertà” di non vaccinare i bambini!

 

ricordo di S.Salvatore di Campi

Scherzando con gli amici cultori del romanico toscano avevo vantato il fatto che loro ne hanno tante e belle, ma una chiesa doppia ce l’avevamo solo noi.  Arrivando dalla Valnerina, andando verso Norcia, compariva all’improvviso in cima a un poggetto, sullo sfondo del fianco della montagna verdissima e a mezza costa l’abitato di Campi con il magnifico loggiato della Chiesa (che non c’è più, nemmeno quello…).

paesaggio Campi*

Ci fermavamo quasi ogni volta, anche se era chiusa che comunque meritava una sosta e un momento di contemplazione. Anche l’ambiente attorno era davvero perfetto. Spesso la sosta era premiata anche da qualche ulteriore dono di bellezza: una volta il pastore col gregge che passava, un’altra volta la gara di ruzzola con le squadre che si sfidavano su per la strada.

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con lgiocatori

Quella volta appena sbucati dalla curva abbiamo visto che la porta era aperta… ci siamo precipitati e abbiamo trovato una persona del luogo, con un abito monastico (ma non era un sacerdote precisò) che stava spegnendo le luci per andarsene.  Io emozionatissima non potevo credere di dover rinunciare alla possibilità inaspettata di entrare… . Deve averlo capito infatti subito riaccese le luci e mi disse di fare tranquillamente la mia visita che intanto lui aveva da fare.

il custode

Era magnifica e anche complessa: erano due chiese una, la parte sinistra,  molto antica: “la pieve romanica più antica, era grande appena un quarto della chiesa arrivata fino a noi. Prese il posto di un edificio romano preesistente, un tempietto pagano che, all’avvento del cristianesimo, fu dedicato a Santa Maria… fu amministrata dai monaci benedettini che già nel 1115 ne documentarono l’esistenza citandola tra le dipendenze della vicina abbazia di Sant’Eutizio di Preci, come “Plebs S. Marie de Cample cum earum pertinentiis…” e come “Plebania S. M. de Camplo” (da Wikipedia)

Fu ricostruita più volte perché il terremoto la rovinò più volte e ogni volta veniva aggiunto qualcosa: prima allungata e dopo il 1328  con la giunta di un altare e poi nel 1463 una iconostasi con tre archi completamente dipinta dagli Sparapane, pittori locali molto prolifici e apprezzati. Nella parte posteriore della iconostasi una scaletta e una porticina permettevano di salire (pare in cambio di un obolo) al piano superiore dove si trovava un crocifisso miracoloso….

l'iconostasi con la robusta centinatura;

l’iconostasi con la robusta centinatura;

l'iconostasi posteriore: nell'angolo a destra la scaletta per salire

l’iconostasi posteriore: nell’angolo a destra la scaletta per salire

L’iconostasi è protetta da una robusta centinatura, messa dopo uno dei terremoti recenti (1979? 1998?)… Il mio benemerito custode mi dice che non si sono trovati i soldi, tanti, forse 200.000 euro, per i restauri e allora resta così… Mentre io mi aggiro nella chiesa lui va stringendo i bulloni dell’armatura… (alla prima scossa del 24 agosto ho pensato: che fortuna, almeno era rimasta la protezione… Ma non è bastata…)

 

la navata di destra, la più "recente"

la navata di destra, la più “recente”

i due altari

La popolazione aumentava così alla prima costruzione nel 1528 venne accostata una grande aula spoglia di qualunque decorazione  pavimentata a “schiasse”, grandi lastre quadrangolari di pietra locale, sulle quali è inciso, in grandezza naturale, il disegno di come avrebbe dovuto essere il campanile (progetto che non fu mai realizzato).

il progetto del campanile inciso sulle "schiasse" della navata destra

il progetto del campanile inciso sulle “schiasse” della navata destra

Il mio prezioso custode mi dice che era un modo per sollecitare le donazioni dei fedeli per realizzare l’opera; ce n’è un esempio anche a Ponte dove c’è inciso il progetto del magnifico rosone…

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Ed ecco spiegato il perché della chiesa “doppia”: intelligentemente, nello stile sobrio e parsimonioso dei montanari, non fu toccata la facciata più antica, ma gli fu affiancato un secondo portale e un rosone  simili ai primi e il tutto è stato raccordato con un portichetto sorretto da pilastri un po’ sgraziati, ma in fondo il tutto è armonioso anche se non perfettamente simmetrico.  Fatico a scegliere il tempo dei verbi del racconto, incerta sempre fra “è” ed “era”… Era, era!

Tutto ciò, una vera e propria antologia della religiosità del luogo, è andata distrutta, sbriciolata.… La chiesa, già seriamente danneggiata e dichiarata inagibile dopo il sisma del 24 agosto, è crollata in parte il 26 ottobre, e completamente il 30 ottobre. Dopo le prime scosse era stato avviato lo studio delle opere necessarie alla messa in sicurezza, ma non è stato concluso e attuato in tempo. I primi di novembre sono stati ritrovati e messi in salvo nel deposito allestito a Spoleto il crocifisso ligneo e un affresco. Si tenterà il recupero dei frammenti degli affreschi e della iconostasi rimasta sotto le macerie (da Wikipedia)

Confesso che dal 24 agosto del 2016 faccio davvero fatica a guardarle queste foto e non sono più riuscita a passare di lì, a fare la strada che facevamo decine di volte in un anno. Vedere quel mucchio di pietre e polvere mi farebbe stare ancora più male.  Era bella, era unica.

San salvatore di Walter De Domenico le foto più belle non sono mie, in gran parte vengono da qui e ne ringrazio Silvio Sorcini e anche da qui