una storia di anarchia

Quando facevo la maestra andavamo spesso in giro per il quartiere intorno alla scuola, con un pretesto o un altro, tanto comunque c’era sempre qualche cosa su cui indagare e tanto da imparare.

In uno di questi giri incontrammo l’indicazione della Via R.Frezzi e i ragazzi mi chiesero chi fosse stato. Ne venne fuori una “indagine” su: “a chi si chiede?” . Risposta: al Comune! Lettera, attesa, risposta telefonica un po’ imbarazzata, a me ” Era un bombarolo, un anarchico” Ai ragazzi che avevano 8/9 anni raccontai una verità meno faziosa e passammo ad altri interrogativi. Anni dopo sono venuta ad abitare proprio diffronte alla tabella che indica Via Frezzi e questa mattina sono stata incuriosita da qualcosa di insolito: alla targa é stato legato un mazzo di garofani rossi legati con un bel nastro con la dicitura “Gli Anarchici di Jesi”. Da anni ormai i garofani rossi non si usano più e la cosa mi ha molto incuriosito.

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Gli anarchici jesini ancora esistono e sono attivi, proprio in questo periodo è aperta la loro mostra annuale dell’editoria libertaria ma è la prima volta che vedo un omaggio floreale ad uno dei loro caduti così sono andata a cercare nella benemerita Wikipedia (che sempre sia lodata e magari anche sostenuta con qualche euro) e ho scoperto così che non era affatto un “bombarolo” ma che è morto perché era anarchico e aveva una fotografia che lo ritraeva in un gruppo dove c’éra anche Acciarito, l’attentatore di Umberto I°.  Morì dopo l’arresto e la polizia, dopo aver sostenuto che si era suicidato dando testate nel muro (!!!),  affermò che si era gettato dalla finestra. L’autopsia trovò ben altro come si racconta qui dove tra l’altro si ricorda la somiglianza con il caso Pinelli.

Mi dispiace di non poter raccontare ai miei alunni di allora quella verità che allora non sapevo e non potevo cercare su wiki…

GAROFANO

 

Aveva il cranio raso..

Come canta Guccini in Amerigo quando l’ho conosciuto anche lui  “aveva il cranio raso” ed era stato in America a Buenos Aires a cercare il modo di far sopravvivere la famiglia che aveva lasciato in Italia.

Era mio nonno.

Dalle trincee del Pasubio, ragazzo del ’99, soldato a meno di vent’anni,  era passato poco dopo al vapore che lo portò in Argentina per lavorare a Buenos Aires per poter far vivere la sua famiglia.

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Davvero l’Italia di allora non era generosa verso i suoi reduci salvo che di enfatiche lapidi in memoria.

Non raccontava mai dei suoi anni laggiù mentre raccontava volentieri della guerra , del Pasubio, anche sorridendo.

Ci ha fatti ridere tutti inventando allegre storie di avventure su un aereo chiamato Picchiatello, come quella che raccontava di quando, attraversando un branco di anatre selvatiche, allungò un braccio e riuscì ad afferrare le zampe, solo quelle…

Quando l’ho conosciuto lavorava al cementificio, che lì si chiamava “e fabrecc”  cioè “la fabbrica” per antonomasia. Spalava la breccia giù al fiume, una mansione davvero pesante.

Alla sera tornava stanco e impolverato, in estate si lavava con l’acqua tirata dal pozzo e messa a scaldare al sole durante il giorno.

Una volta pulito e cambiato raccoglieva dall’orto un rametto di basilico o di erba Luisa, insomma un rametto di erbe profumate e se lo metteva sull’orecchio.Un vezzo che per gli uomini della sua cultura e generazione non era considerato né originale né strano, ma piuttosto abituale.

Era solo il tocco finale della sua “toilette” compiuto il quale inforcava la bici e andava a fare una partita a bocce all’osteria vicina.

Era analfabeta, ma sapeva fare la sua firma che eseguiva come un disegno. Glielo aveva insegnato l’altro nonno,quello anarchico perché all’occorrenza non dovesse subire l’umiliazione di dover firmare con la croce.

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Per gli anarchici di allora era  un dovere insegnare agli analfabeti a scrivere e leggere o almeno a firmare, faceva parte del loro un impegno politico.

Questo nonno era conosciuto con un soprannome, Gela, di cui non sapeva o non ha voluto raccontarmi l’origine, ma era diventato così legato al suo nome che il figlio lo ha ereditato e addirittura ce lo ha sulla lapide, e lo distingueva come e più di un vero proprio cognome.

Quando ho dato l’esame di concorso magistrale affrontò il viaggio nonostante la sua difficoltà a lasciare la sua casa e a viaggiare.

Tornando a casa dalla prova orale, vincitrice col massimo dei voti, gli raccontai che ero stata interrogata  sulla Grande Guerra quella che lui aveva combattuto.

Avevo raccontato un episodio, della battaglia della Bainsizza che mi aveva raccontato lui e io avevo poi detto che la fonte era un testimone diretto, il mio nonno.

Era contento, si sentiva un po’ artefice della mia vittoria.

Il baule dall’America

il baule.jpgHa un aspetto un po’ strano, fra il forziere dei pirati e il baule della compagnia teatrale di periferia.
E’ il baule con il quale il mio nonno anarchico tornò dall’America nel 1924.
E’ rinforzato con pezzi di latta colorata e non mancano anche delle piccole decorazioni che fanno tenerezza. Assieme al baule sono arrivati  fino a me i documenti, il biglietto, il passaporto. Storie che ancora hanno un segno che le testimonia e che pubblicherò