sulla linea gotica 2°

2^ parte
Il racconto di quell’esodo é stato una specie di Odissea domestica, che ho ascoltato e raccontato tante volte.
Io ero piccola, ero nata nell’agosto del 1943 e questo sfollamento accadde nel 1944; mamma, consapevole che per giorni forse non avrebbe potuto cuocermi niente, preparò un tegame di pancotto per me che ero troppo piccola per riuscire a mangiare altro e affidò il tegame a mia sorella, raccomandandole di non perderlo né rovesciarlo perché ne andava della mia vita.
Si misero in cammino con tutto il paese alle prime luci del giorno, verso le grotte di l’Onferno (da piccola per me era MITRAGLIATRICI.jpgl’Inferno!); io in braccio a mamma, babbo con noi e poi mia sorella con mio fratello  per mano e nell’altra il tegamino.
Camminarono tutto il giorno, verso metà giornata i due bambini si erano persi, confusi nella folla. Li trovò il prete del paese che piangevano e li portò con sé.
Alla sera si ritrovarono tutti nello stesso posto: la Ro aveva ancora in mano il tegamino, il braccio  non riusciva più a muoverlo perché si era anchilosato, dovettero massaggiarglielo (nonostante il dolore e la stanchezza non avrebbe mai lasciato il tegamino perchè la mamma glielo aveva affidato facendole capire che si trattava di vita o di morte).
Mi hanno raccontato che mamma scrostò la patina di polvere scura che ricopriva ormai la mia pappa e..mi sfamò!
Molti anni dopo (quasi 20) sono tornata per la prima volta là, per farmi fare l’estratto dell’atto di nascita.
Ho incontrato un prete al quale ho chiesto informazioni su dove fosse l’ufficio di anagrafe e lui… mi ha riconosciuto “te devi essere uno dei S……  forse sei la B. ”  mostruoso!!)  e poi mi ha raccontato la storia dei due fratellini perduti; quel prete era lui!
Mi ha accompagnato all’anagrafe dove all’ impiegato senza un braccio ha chiesto di indovinare chi fossi…e io invece ho stupito tutti dicendo all’impiegato che sapevo come aveva perso il braccio.
Era un amico di mia sorella, che aveva trovato una granata inesplosa e ci aveva rimesso il braccio.. e la sua storia faceva parte della saga familiare che ogni tanto veniva rievocata.

(*Le foto sono tratte dalla pubblicazione del Comune di Gemmano)

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sulla linea gotica 1°

La mia mamma, una donna semplice e poco istruita aveva doti di guaritrice.
Secondo mia sorella la nostra abitudine a cercare di capire le malattie e a curarci un po’ da sole, la nostra capacità di intuizione (più volte riconosciuta da medici veri, uno dei quali, quando veniva per le nostre figlie piccole le visitava e poi rivolto a noi chiedeva la nostra diagnosi, si diceva d’accordo e poi ci chiedeva cosa “consigliavamo”…alla fine ammetteva  e accettava ironico di essere chiamato soltanto per ufficializzare il tutto.
Mia sorella mi ha raccontato, perché io non me lo potevo ricordare, che durante la guerra, quando noi ci trovavamo a Gemmano, sulla linea gotica, nell’edificio dove abitavamo c’era il comando tedesco e anche una specie di ricovero-ospedale per tedeschi e prigionieri.
Si sentivano i lamenti dei feriti, c’erano pochissimi medicinali e non c’erano medici né infermieri. La mamma, aiutata da alcune vicine,  cominciò a portare aiuto a questi soldati, con le erbe che sapeva raccogliere e con altri mezzi che conosceva (per esempio quando aveva mal di denti  mi mandava a cogliere foglie e fiori di malva )
Andava a curare tedeschi e prigionieri, senza fare distinzioni.
Un giorno mia sorella  ricorda di aver visto questa scena:
Un soldato tedesco, puntandole contro il fucile, cerca di impedirle di andare ad aiutare i feriti prigionieri, la mamma con disinvoltura lo scansa e passa, andando a fare assistenza anche a quelli.
Fu proprio questo soldato tedesco che, quando gli alleati stavano arrivando e i tedeschi, cominciando a ripiegare, minavano le postazioni che abbandonavano, fu questo soldato tedesco che in piena notte bussò alla nostra porta gridando “Via, via, domani tutti Kaputt!”.
Il paese intero, i pochi che erano rimasti, così scapparono in tempo, salvandosi dal bombardamento che rase al suolo il paese, lasciando il muro più alto di un metro e mezzo. (La piccola Montecassino diceva babbo quando lo raccontava).

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