cuore di cane: l’ amore e la legge

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Arrivando con i bambini al campo di Nocera (di cui abbiamo parlato qui) il primo ad accoglierci fu Pelé, un grosso pastore tedesco vivacissimo che, come ci assicurò il monaco che gestiva la struttura, era di indole buonissima cosa che era vera. Quello che non ci aveva detto era che Pelè aveva una passione sfegatata per i ragazzi.

Appena ne sentiva le voci correva loro incontro e non li lasciava più partecipando come poteva ad ogni loro attività. Devo dire per correttezza che non ostacolava mai niente: c’era, stava lì senza dar fastidio. Già prima di sera Pelè aveva conquistato tutti dai più piccoli ai più grandi.

Il nostro parroco, che era con noi a giocarsi questa scommessa della coeducazione nella quale anche lui credeva, invitava ogni giorno i bambini ad andare in chiesa dopo la colazione per un momento insieme.  Noi capi non eravamo invitati, ma i bambini ne uscivano così tranquilli, con delle facce così serene e distese che cominciai a entrare anche io, nelle ultime file, per ascoltare senza farmi notare e magari carpire il segreto di don A.

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Quella mattina don A. affrontò il discorso dei fidanzamenti, degli innamoramenti. Era successo che, come era da aspettarsi visto che era il primo esperimento di campo in coeducazione, cominciavano a girare frasi come “Tizio e Tizia sono innamorati” e simili e risatine… Era naturale e sapevamo di doverne tener conto, ma come?

Don A. disse ai bambini che era bello vivere assieme la vita scout perché ognuno aveva da scoprire qualità dell’altro che non conosceva, ma stare bene assieme non aveva niente a che fare con l’amore. Purtroppo non ricordo le parole ma i concetti sono rimasti indelebili nonostante gli anni (almeno 40) trascorsi.

“Per voi parlare di amore è un gioco, ci scherzate, ma l’amore è una cosa bella e difficile, che bisogna imparare ed è per questo che bisogna crescere e maturare per poter dire di essere innamorati di qualcuno.  Che amare è difficile e serio ed ha le sue regole ve lo dimostra Pelè. Guardatelo: come fa ogni giorno ci ha accompagnato in chiesa ma non è entrato, sta sdraiato sulla soglia, mezzo dentro e mezzo fuori.” (Pelé a sentirsi nominare aveva alzato la testa e drizzato le orecchie!)

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“Perché lo fa? I monaci gli hanno insegnato che non deve entrare in chiesa e per lui questa è la Legge a cui è immancabilmente fedele. Ma Pelè vi ama al punto che non vi lascia mai e quando voi entrate in Chiesa l’amore e la Legge che sono entrambi fortissimi nel suo cuore entrano in contrasto… In questa battaglia ha scelto di stare così: vicino a voi ma senza tradire la regola. Avete ancora molto da imparare”

Me ne sono andata di soppiatto, commossa e grata che quella esperienza difficile e nuova avesse una guida così straordinaria e profonda come don A. Il segreto della serenità dei bambini era svelato, ma certo non potevo pensare di riprodurlo, solo di tenerlo da conto.

Scoutismo, bottoni e uguaglianza…

Tanto tempo fa ero un capo scout. Erano i tempi in cui di scoutismi ce ne era uno femminile, l’AGI (Associazione Guide Italiane) e uno maschile, l’ASCI (Ass.Scout Cattolici Italiani).              “Il clima culturale del dopoguerra, il nuovo ruolo della donna nella società e nella Chiesa, lo stesso rinnovamento conciliare, hanno creato successivamente, assieme ai cambiamenti di mentalità portati dal ’68, l’occasione favorevole per la nascita di un’unica associazione di guide e scouts cattolici nella quale potessero convivere, nel rispetto reciproco e secondo il principio della coeducazione, ragazzi e ragazze: era il maggio del 1974, nasceva l’AGESCI (Associazione Guide e Scout Cattolici Italiani) come risultato della fusione delle due Associazioni”.image2-1C’ero anche io in quella seduta storica a votare per l’unificazione!

E dopo aver unificato le associazioni bisognava cominciare a vivere assieme e a far vivere assieme le due realtà e il punto dolente all’inizio fu fare assieme l’attività all’aperto come le uscite e i campi estivi.  Maschi e femmine assieme? A dormire? Ossignore!

Nessuno di noi pensava che sarebbe stato semplicissimo perché era tutto da inventare, uno stile e un’abitudine di convivenza che doveva essere diverso da quello che c’era prima e, soprattutto, doveva vincere i  pregiudizi che dominavano la vita quotidiana.  Tabù sessuali e anche discriminazioni di genere erano fortissimi e anzi ritenuti ovvii.

Così abbiamo cominciato molto timidamente a fare degli esperimenti e a noi di Jesi 1 toccò uno dei primi campi estivi insieme: vivere 10 giorni maschi e femmine (così si diceva!) cercando di mescolare le abitudini e le tradizioni scout di entrambi e inventando un modo di godere dell’esperienza nuova e avventurosa.

Ero la più anziana (già allora!) ma soprattutto ero una responsabile a livello della Pattuglia Nazionale che aveva autorizzato l’esperimento, dunque guidavo un po’ la comunità dei capi. Avevamo naturalmente deciso di mettere grande cura nel controllo del linguaggio e dei comportamenti di noi adulti ma anche di quelli dei maschietti che avevano tendenza a sbeffeggiare le bambine.  Bambinetti di 8-10 anni che si atteggiavano a rudi avventurieri davanti alle bambine e magari poi gridavano “aiuto c’è una bestiaaaaa!” per un ragno erano all’ordine del giorno ma ogni giorno si facevano progressi.

cerchioscout-637x320I due dormitori erano prudentemente separati al punto che per andare da uno all’altro occorreva scendere due rampe di scale, percorrere un corridoio, salire due rampe di scale così non c’era possibilità della temutissima promiscuità sessuale (ahahah!).   Durante il riposo pomeridiano, quando ogni ragazzino poteva fare quello che voleva tranne rumore,  sulla porta del dormitorio delle bambine incontro un lupetto trafelato, cosiddetto Carlo, che aveva in una mano i suoi pantaloncini della uniforme e nell’altra i bottoni che si erano staccati.

Quando gli ho chiesto dove stava andando devo aver usato un tono piuttosto ruvido e lui non sapeva cosa dirmi:  “ Mi si sono staccati i bottoni e Akela (in gergo: il suo capo) mi ha detto di venire da X per vedere se, se…” doveva già aver capito che era meglio non andare oltre.

E io “Ho capito, fratellino, stavi andando a chiedere a X se ti presta ago e filo perché tu ti sei dimenticato di portarli, vero?”   “Sì sì proprio così” .  “Allora ti presto i miei, andiamo dal tuo Akela…” .  Ho riaccompagnato Carlo nel suo dormitorio ma a metà strada abbiamo incontrato  i capi “maschi” che forse avevano riflettuto meglio e ci venivano incontro trafelati; da lontano facevano gesti con le mani come dire “scusa scusa scusa”.   Insomma anche i capi avevano necessità di riflettere e abbiamo riflettuto così che abbiamo organizzato un laboratorio per insegnare a cucire bottoni dedicato a maschi e femmine che ha avuto  molto successo come anche il mio racconto del fatto che i marinai, gente notoriamente rude e mascolina, per essere autonomi durante i lunghi periodi di navigazione non solo si attaccavano i bottoni, ma facevano anche le calze a maglia e se le cucivano, senza per questo perdere di dignità…

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A volte mi sembrano ricordi così antichi, più di quarant’anni, ma per altri versi ancora attuali.  Lo scoutismo ha fatto grandi passi da allora, ma nella vita quotidiana di strada da fare ce n’è ancora tanta, tanta!

non solo vecchiette

Molto, molto, troppo spesso si parla degli scout irridendo quasi tutto di loro dagli abiti alle abitudini… forse c’è qualcosa, molto, di più…

Qualche tempo fa ho raccontato di un piccolo bel paese della Valle Castoriana, Roccanolfi poco dopo ho ricevuto da Massimo R. questo suo ricordo
fazzolettoniDicembre 1979, ennesimo terremoto in Valnerina. Vacanze di Natale, con il noviziato clan/fuoco Jesi 1 fummo lì, a Roccanolfi per un campo invernale di 4 giorni, nelle vacanze di Natale, che consisteva in  aiuto pratico e animazione diurna ai bambini e serale con tutta la popolazione, circa 60 anime in totale.

Un paese di pastori, ragazzi della mia età (adolescenti) che non avevano mai visto una città se non in televisione. Un posto che mi ricordava, come ambiente e abitanti, i racconti della Barbiana di don Milani.
25 aprile 2014; con la famiglia e un gruppo di amici siamo andati a fare una passeggiata da quelle parti e vedendo il segnale stradale Roccanolfi, abbiamo seguito le indicazioni e siamo arrivati in questo paese, trasformato completamente da come lo avevamo conosciuto 35 anni prima. ….. Quel giorno poi, girovagando per le vie del paesino, mi sono fermato a chiedere un informazione ad un signore del posto. Presentandomi e dicendo che venivamo da Jesi, Alberto, questo il suo nome, ha sgranato gli occhi…Jesiiiiiiii…..ed ha iniziato a raccontarci una storia di quando un gruppo di scout di Jesi nel 1979 furono a Roccanolfi in occasione del terremoto a portare un po’ di sollievo alla gente del posto.  scoutismo
Alberto ha la mia età e quando gli ho detto che quei ragazzi di 35 anni fa eravamo noi si è commosso, ci ha abbracciati ed ha chiamato la moglie e la figlia che erano in casa per presentarci. La moglie ci ha confermato che negli anni, Alberto ogni tanto raccontava la storia di quel gruppo di ragazzi e ragazze di Jesi che per qualche giorno portarono un po’ di sollievo al paese e alla gente colpita dal terremoto.”

*Roccanolfi

Roccanolfi

Ecco: un’azione che ha lasciato un ricordo così durevole e bello è qualcosa che vale davvero