Alla conquista della scuola elementare

la stazione di Serra come era

Oggi, in una passeggiata “vicino casa” siamo passati a Trivio, Forchiusa, Cerqueto, Pierosara, Stazione di  Serra S.Quirico.  In ognuno di questi posti una scuola e il ricordo dei colleghi con i quali, nell’autunno del 1964, freschi della vittoria al Concorso magistrale, andammo all’assalto della scuola elementare italiana… 

Non ci conoscevamo prima di incontrarci nella Direzione Didattica di Serra S.Quirico per presentarci al Direttore, ma subito cominciammo a socializzare perché eravamo tutti novellini, inesperti, entusiasti e anche tutti con la sede lontana da casa e quindi costretti ad essere compagni di viaggio.

Io ero quella più comoda, da Jesi arrivavo a Stazione di Serra S.Quirico dove insegnavo a una classe normale con solo 12 alunni.  Da Jesi anche veniva Dario ma doveva raggiungere in modo complicato la sede più scomoda e lontana: Cerqueto di Genga. Presto si arrese a viaggiare con la sua Fiat Topolino della quale ogni tanto approfittavo anche io.

Poi da Chiaravalle Rossana per Forchiusa, Maria Pia da Falconara Marittima a Trivio e infine quello che faceva più chilometri: Umberto che da Ancona doveva arrivare a Pierosara.

Umberto ovviamente partiva per primo e si installava in uno scompartimento vuoto e ad ogni fermata si affacciava per indicare dove aveva “riservato” i posti per il gruppo. Uno alla volta salivamo tutti, io per ultima e poi, a Serra S.Quirico scendevamo noi tre donne. Rossana e M.Pia salivano sul taxi che le portava a destinazione nelle loro scuolette isolate. Rossana da sola in una pluriclasse unica: pochi bambini ma di tutte le classi, M.Pia  a Trivio aveva una collega del posto; una di loro insegnava a bambini di due classi diverse e l’altra le altre tre classi.

la scuola di Trivio, ancora bella, ma abbandonata

la scuola di Trivio, ancora bella, ma abbandonata

Io ero l’unica che aveva alunni tutti della stessa classe, un lusso!

la mia prima classe a Serra

davanti alla scuola di Borgo Stazione di Serra S.Quirico: io, la maestra nuova, e i “miei” primi alunni

Umberto proseguiva il suo viaggio, scendeva alla stazione successiva, quella di Genga S.Vittore, divenuta oggi famosissima ma allora ancora le magnifiche grotte di Frasassi splendevano nel silenzio dell’abisso, restando ignote ancora per anni. 

Un tassista locale lo accompagnava a Pierosara, il paesino arroccato lì sopra. La sua scuola, pluriclasse unica, un pugno di bambini privi di tutto, era alloggiata in una stanza sopra una stalla, entrambe poco stabili tanto che un giorno un mattone del pavimento sprofondò sotto il suo piede per fortuna senza conseguenze. 

questa casa di Pierosara mi pare proprio quella dove c'era la scuola di Umberto e se non lo è ci assomiglia davvero molto

questa casa di Pierosara mi pare proprio quella dove c’era la scuola di Umberto e se non lo è le assomiglia davvero molto.

Per la caratteristica del luogo, difficile da raggiungere, la scuola di Pierosara era classificata “Scuola di montagna” che significava che il maestro titolare era tenuto a risiedere in loco.

Per compensare il disagio ogni anno comportava un punteggio doppio per la carriera e il trasferimento.  Umberto era un ragazzo di buona famiglia, molto raffinato ed elegante, non si sognava proprio di risiedere lassù dove, accanto all’aula, l’amministrazione scolastica gli aveva riservato una stanzetta davvero spartana. 

Umberto aveva allestito una specie di teatrino: un letto leggermente sfatto, compreso di ciabatte, un tavolino con qualche stoviglia, un fornelletto a gas…   Per un eremita sarebbe andata quasi bene, ma Umberto tornava ogni giorno a casa con noi.

Per la Legge i nuovi insegnanti dovevano ricevere l’ispezione da parte dell’Ispettore ministeriale che avrebbe poi attribuito un giudizio che, se positivo, abilitava all’insegnamento in modo definitivo  mentre in caso contrario la prova sarebbe slittata all’anno successivo, con la minaccia del licenziamento.

Arrivò l’ispettore, vide il tutto, chiese a Umberto:  “Ma lei, maestro, risiede?” e Umberto, una splendida faccia di bronzo, modi signorili e una notevole parlantina rispose:

“Ispettore, lei mi insegna che la Legge ha un corpo e uno spirito…”

Umberto superò la prova con un giudizio lusinghiero e l’espressione

“la Legge ha un corpo e uno spirito” divenne il nostro motto.

Il treno che ci avrebbe riportati tutti a casa passava verso le 14 e noi che uscivamo da scuola intorno alle 12,30 sostavamo nella sala d’aspetto della stazione fra chiacchiere, aneddoti delle classi, risate, discussioni metodologiche anche serie… A volte, specie d’inverno, andavamo nella trattoria vicino alla stazione, trattoria da camionisti, cibo robusto, sano, semplice e saporito e anche lì chiacchiere a stufo, anche serie, ma tante tante risate.

la stazione di SerraS.Quirico oggi

la stazione di Serra S.Quirico oggi, con un a decorazione che a me pare bella

Due anni di vita creano affiatamento e ricordi, ma dopo che tutti avemmo superato la prova ispettiva ci vennero assegnate le sedi e il gruppo si sciolse: io ancora più lontano, a Monterosso (come ho raccontato qui e qui).

Per qualche anno ci siamo frequentati saltuariamente, abbiamo partecipato ai matrimoni e ai battesimi… poi anche i ricordi si sono sbiaditi fino a oggi quando per caso ho fatto il tour e tutto è tornato vivo.

la sala d'aspetto oggi: il murale è nuovo, la panchina mi pare la stessa di allora

la sala d’aspetto oggi: il murale è nuovo, la panchina mi pare la stessa di allora (devo la foto a S.Paolinelli che ringrazio)

Non ci sono più le parolacce

Ho una certa difficoltà a pubblicare certe parole che ormai quasi chiunque dice e scrive con disinvoltura, come quelle che sicuramente in questo momento state pensando anche voi.

Lo so che la lingua e il senso del pudore cambiano, anzi ne ho lunga esperienza, anche diretta. Quando ho cominciato ad insegnare, anno scolastico 1964-65 in un paesino dell’Appennino marchigiano (vedi foto), spesso capitava che qualcuno dei bambini dicesse che qualcosa era “un casino” oppure che non si doveva “fare casino” e così via.

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Per me allora era un’espressione assolutamente impronunciabile e inaccettabile e così cercai di far capire che era una “brutta parola” dal significato sconcio (che ovviamente non spiegai) e proposi una parola adatta per dire quello che di solito esprimevano con la parola “casino”: la parola magica, la parola bella, era “confusione”.

Mi davano retta, cercavano di fare attenzione, con una certa fatica.  Un giorno durante il lavoro c’era un po’ troppo rumore e allora, alzando la voce per farmi sentire:

– Insomma! Cosa è tutta questa confusione?

Uno dei bambini, il terzo da sinistra seduto nella foto, mi si avvicinò e in un orecchio:

– Maestra ti sei sbagliata, hai detto quella parolaccia invece di dire “casino”.   Ho dovuto arrendermi all’evidenza,

Ho ammesso anche con me stessa che la lingua è un organismo vivo, cambia  e anche il comune senso del pudore con lei.

a scuola con la poliomielite

Quando sono arrivata nella mia prima classe, una seconda elementare nell’alta Vallesina  era il 1° ottobre 1964. La mia prima classe me l’ero immaginata in tanti modi, ma la stampella appoggiata al banco di Paola quella no, non l’avrei mai  immaginata.

Paola era poliomielitica non ho mai saputo esattamente cosa non avesse funzionato,  probabilmente  si era ammalata prima della vaccinazione…

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Aveva una gamba imbracata in una specie di armatura  e così doveva stare seduta con questa gambetta rigida  e camminare appoggiandosi a una stampella  a tripode.

Faceva molta tenerezza vedere i suoi sforzi per fare tutto quello che facevano tutti gli altri, era allegra e vivacissima. Si faceva in modo da non metterla in difficoltà e gli altri bambini erano molto collaborativi, non sembravano notare nessuna differenza. Lei non si lasciava demoralizzare dalla difficoltà, stringeva i denti e si sforzava di superare ogni problema.

Ad un certo punto dell’anno Paola si assentò per una nuova operazione a Bologna e quando tornò a casa per una lunga  convalescenza non poté tornare a scuola così quasi ogni giorno io uscivo dalla scuola e andavo da Paola a casa sua, che era lì vicino, e le raccontavo cosa avevamo fatto a scuola, le spiegavo le cose nuove, le facevo fare degli esercizi. Facevo uno spuntino offerto dalla famiglia (facevano i fornai e i loro prodotti erano molto gustosi) poi dopo le 14 prendevo il treno per tornare a casa.

Così siamo arrivati alla fine dell’anno scolastico ma allora  in seconda c’era l’esame  e con la Commissione andammo da Paola che eseguì le sue prove a letto e fu promossa.

Finalmente arrivò il giorno che andai da Paola a consegnarle la pagella con la promozione e anche a salutarla dato che ero stata trasferita e di lì a pochi giorni mi sarei sposata.

Tutta la famiglia mi aspettava e una volta consegnato il documento il padre mi disse

“Adesso lei non è più la maestra di Paola, vero?”

mi sembrava uno strano discorso comunque  “Sì, adesso non lo sono più”

“E allora non può rifiutare questo dono che le abbiamo scelto per ringraziarla e augurarle un matrimonio felice”  E mi consegna una scatola con un servizio di cucchiaini d’argento.

Non li ho mai usati, sono ancora nella  loro scatola foderata di seta bianca e ogni volta che li vedo mi ricordo la piccola bambina storpiata dalla polio, il suo coraggio, la nostra intimità e ci penso ancora di più in questi giorni in cui si parla tanto della “libertà” di non vaccinare i bambini!